Il giorno in cui le rasarono i capelli era un giorno di sole. Camminava nella piazza con un cappello stravagante su cui era ricamata la scritta di un urlo. Qualcuno la tirò per il bavero. Prima di allora, non aveva mai urlato.
Le rasarono i capelli su consiglio di un dottore: «Svilupperà pidocchi. È un soggetto ad alto rischio di trasmissione. L’unica soluzione è la rasatura». Così, insieme a un’altra ventina di donne ad alto rischio, venne tosata.
Tornò a casa e le parve che nulla, a parte la sua vergogna, fosse cambiato. Evitò di guardarsi allo specchio anche se il suo riflesso sulla credenza la coglieva ogni volta di sorpresa facendo accelerare il suo cuore. «C’è qualcuno», pensava. «C’è un uomo in casa mia». Coprì la credenza con un lenzuolo ricamato di roselline azzurre e si cucinò tre uova strapazzate senza sale. L’uomo scompariva sotto il velo, ma questo non significava che se ne fosse andato.
Per questo il giorno dopo risvegliarsi cieca le sembrò un sollievo. Pensò che fosse notte fonda e che qualcuno giù in strada avesse spento tutti i lampioni. Era una sensazione piacevole e si abbandonò a qualche fantasia. A quel buio si accompagnava un silenzio così assoluto che pensò di star camminando sul fondo del mare. Li ho aperti? si chiese. Non trovando modo di rispondere, il sollievo si guastò in panico. Tra spalancare gli occhi e serrarli con forza non c’era più nessuna differenza, o lei non era adesso in grado di riconoscerla.
D’istinto uscì in strada. Doveva fare molto caldo, dato che era sudata, anche se non sapeva se fosse già giorno, se piovesse e se il grande termometro affisso sotto al semaforo della rotonda segnasse i soliti trentotto gradi. Aveva intenzione di urlare aiuto, ma non ci riuscì, e pensò che anche la voce l’avesse abbandonata. Odiava la sua voce, acuta e simile a quella di una persona in procinto di soffocare. Modulata come quella di un animale sofferente, arrivava lontana alle orecchie degli altri. Raramente le rispondevano. Per questo, anche il venir meno della sua voce le sembrò sul momento un dono. Con il passare dei minuti, constatò che la sua brutta voce era la sola cosa che non aveva perso.
Levò il viso verso l’alto. Continuava a percepire il sole ma, sconnesso dal suo esito visivo, il calore si impossessava di lei senza che riuscisse a capire se fosse lei a produrlo. Cominciò a intuire che le cose, liberate dall’orientamento offerto dai sensi, non avevano confini; arrivavano sulla sua pelle come caotici bombardamenti che solo di tanto in tanto rimanevano inesplosi. Quando riuscì a capire che “caldo” non necessariamente significava “sole”, e che a ogni tocco non era in grado di associare un nome, le venne di nuovo voglia di urlare.
Le orecchie si tapparono come se non dovesse imparare più nulla.
Per quel che riguarda il gusto, aveva sempre faticato a sentire i sapori, e registrò solo un leggero cambiamento nella sua capacità di distinguere cosa le piaceva da ciò che detestava. Adesso le piaceva tutto. Aveva fame oppure non l’aveva. Masticava e a volte un grumo la faceva sussultare. «Qui c’è qualcosa», pensava per un momento. Poi quel qualcosa le si scioglieva in bocca ed era come se non fosse mai esistito.
Imparò in poche ore ad apprezzare la consistenza dei cibi, come una partitura ritmica senza melodia. I primi tempi ne immaginava il colore, provava a indovinare che gusto avessero, poi smise di farlo. I cibi erano duri e molli, densi o vischiosi o lisci o leggeri. Avevano un peso e venivano associati a sensazioni di ribrezzo, schifo, di enigma e piacere. A volte inghiottiva qualcosa di particolarmente indefinibile ed era come se la sua lingua volesse trattenerne il mistero. Avrebbe anche potuto buttare giù una bottiglia di varechina apprezzandone la singolare densità, prima di morire.

Cominciò ad avere bisogno dell’aiuto degli altri per fare qualsiasi cosa. Escluse le rasate come lei, restavano gli uomini e le altre donne con ancora capelli sul cranio. Ma lei era timida. Era sempre stata timida. Di una timidezza che allontanava gli altri oppure li spingeva a ferirla. Se la ferivano non era per sadismo, ma per aggiustarla. Nella piaga che le avevano inflitto avrebbero potuto infilare la mano e riparare il meccanismo che impediva ai suoi ingranaggi di fare anche il minimo clic.
Avere tanto bisogno degli altri la terrorizzava, soprattutto per il fatto che non avrebbe mai voluto averci a che fare. Per attirare la loro attenzione si accasciava a terra e assumeva un’aria il più possibile disperata. Non si accontentava del viso, ma immaginava la disperazione scorrere nel suo corpo come un liquido verde che la riempiva fino a gonfiarla. Non era difficile. Guarda quella poverina. È davvero disperata! E quanto è maestosa la sua disperazione!
Si accorse che le persone non vedevano l’ora di darle aiuto, tanto che pensò che fossero nate per quella specifica funzione. Pensò che le persone le fossero in un certo senso destinate. L’esistenza di certi esseri umani era giustificata dalla loro capacità di esprimere opinioni sulla vita altrui e impartire consigli non richiesti, una volta che si accettava il loro aiuto. Dopo qualche minuto di contemplazione, qualcuno la raccoglieva da terra con la mano e lei iniziava a camminare, pronunciando subito la sua richiesta nel modo più sintetico possibile. Ho fame. Devo tornare a casa. Abito in via S. Baraldini 23, terzo piano, appartamento H. Ho urgente bisogno di tornare a casa. Ho urgente bisogno che lei mi accompagni fino al terzo piano, che mi compri del riso e un po’ di aglio e cipolla. Sono gli unici sapori che riesco a sentire. Poi può andarsene. Sarebbe meglio che se ne andasse. Preferirei stare sola. Non sento niente e sono cieca. Graaazie. Le persone facevano quello che diceva oppure la ignoravano, a seconda dei casi. Lei si sentiva onnipotente oppure invisibile, a seconda dei casi.
Dimenticò tutto a una velocità sconcertante. La memoria si appigliava a vaghi ricordi di forme e colori, poi si disinteressò del mondo precedente la rasatura; fece in modo che quel mondo non fosse mai esistito. A volte nei sogni una luce arcobaleno esplodeva nel buio, o si ritrovava a un banchetto di cibi straordinari dalle forme animali (i cibi si muovevano, emanavano versi e ululati, venivano alla sua bocca come risucchiati da una corrente o dal mulinello di un lago) e le sembrava davvero di vedere e sentire le cose come un tempo e di poterne ancora godere. Erano strani sogni. Pensava di potere attingerne, cavarne una sorta di energia, ma la verità è che si abituò presto alla sua nuova condizione.
Passava le giornate sul ciglio della strada, quando riusciva a raggiungerlo. Nei giorni peggiori le scale sembravano più ripide del solito, e il buio più buio del normale, e rimaneva a letto rannicchiata in posizione fetale. Non poteva scrivere i sogni, non solo perché non vedeva, ma anche perché la forma delle lettere era ormai più simile a una traccia ondivaga su una superficie acquatica che a un accenno di significato. Allora ripeteva i sogni a voce alta come per impararli a memoria.
A volte gironzolava per casa e si apriva gli occhi con le mani. Afferrava le ciglia e tirava giù una palpebra pensando che qualcuno la dovesse esaminare. Immaginava di tornare a vedere. Studiava sé stessa come sembra facciano gli insetti quando devono pulirsi o scopare. Il risultato era che continuava a guardare un’enorme fetta di buio attraversata da bagliori e a sentire talvolta un ululato nel vuoto. Pensò che tutto questo fosse successo perché era troppo fragile per poter osservare il mondo. Allora il mondo le era stato precluso. I pidocchi erano una scusa. I pidocchi erano stati senza dubbio una scusa.

I giorni passavano, ma a lei pareva che crescessero. La sua testa, invece, rimaneva nuda. Domandò a un passante la definizione di pidocchio e lui le diede quella di parassita. Le persone non erano esatte, oppure la loro intenzione era confonderla o nasconderle qualcosa.
Sapeva che prediligevano la nuca e l’area sopra le orecchie e che si trasmettevano soprattutto tra i bambini per via della promiscuità. Più giocavi più si diffondevano. Si moltiplicavano con il moltiplicarsi del piacere.
Causavano prurito e sapeva di non aver mai sentito prurito. In certi casi potevano invadere anche il corpo, anche se era sempre stata convinta si trattasse di un’altra specie. Adesso non ne era più sicura. La cosa strana è che non li aveva mai sognati.
Sin dalla prima notte della rasatura aveva fatto incubi orrendi che non era stata in grado di ricordare. Poi aveva sognato soprattutto bestie e capelli, aggressivi allo stesso modo, come animati da un’eccessiva forza vitale. Spingevano, fuoriuscivano, crescevano a dismisura, strappavano. Dopo qualche mese cominciò a sognare uova.
Non sapeva se si trattasse di uova di uccello, di pesce o di pidocchio. Erano rosa con venature più scure vicino alla punta da cui sembrava fuoriuscisse una gocciolina di sangue o un fiore. Alcune erano ricoperte da un’impercettibile puntinatura nera che sembrava renderle pelose, ma lei non riusciva mai a toccarle. Voleva a tutti i costi toccarle, soprattutto per verificare che quella fosse effettivamente una peluria, per sentirne la morbidezza sotto i polpastrelli o per accertarsi che non si trattasse di spine. Si muoveva a scatti oppure con cautela, ma proprio quando le sembrava di afferrarle, loro si spostavano di un millimetro appena. Avrebbe anche voluto romperle per vedere che cosa c’era all’interno. Ma quelle si spostavano di un millimetro appena.
La vita scorreva come un incubo. La città si accumulava sul suo viso senza che riuscisse a staccarla. La sentiva agganciarsi alla pelle, uno strato poi un altro di cera pallida e densa. Sentiva la sua faccia deformarsi, cadere. Non riuscire a vedere gli sguardi degli altri era senza dubbio una fortuna.
Per quanto si sforzasse di trovarla, nel suo mondo non c’era allegria. Avrebbe desiderato conoscere altre donne rasate, ma non aveva idea di come incontrarle. Era certa che avrebbero portato una forma nuova di gioia nella sua vita, non solo il sollievo che deriva dalla condivisione di una pena, ma quel senso di rinascita e commozione scaturito dall’organizzare, attorno a quel comune dolore una nuova vita. Il desiderio di incontrarle era così forte che cominciò a sentire prurito; prima nei capelli poi giù fino ai piedi. Si convinse che non erano pidocchi, anche perché nella sua testa sfoltita non avrebbero trovato di che vivere. Si convinse che erano le uova.
Così cominciò a cercarle. Sapeva che erano minuscole e che potevano rintanarsi ovunque, anche sotto la pelle. Non faceva che tastarsi tutto il giorno, una mano poi l’altra, percorreva il suo corpo con le dita in cerca di un minuscolo rigonfiamento dalla forma ovale. Toccava e grattava. Tastando il suo corpo provava a leggersi. Qualcosa sotto la pelle spingeva per uscire, curvava il confine, gonfiandolo. Quando incontrava un piccolo dosso, faceva delle sue unghie una pinza e provava a estrarlo. Era doloroso. A volte incideva la pelle per rimuovere una pietruzza ovale, portava le dita alla bocca e sentiva qualcosa di bagnato. Era sangue. Era il suo sangue. Si era aperta e aveva esposto sé stessa al mondo. Una strana leggerezza si impossessava del suo corpo ferito.
Erano ormai trascorsi molti giorni dalla sua prima ricerca delle uova, ma qualcosa continuava a prudere molto forte. Aveva grattato da mattina a sera, estratto almeno una ventina di uova, minuscole e poi più grandi in prossimità del gomito e delle giunture, sotto l’anulare ne aveva trovato un grappolo, ammucchiate una sull’altra facevano di tutto per non essere strappate, eppure le aveva strappate, loro le si erano issate contro, poi avevano rivolto alle sue dita una preghiera e lei si era unita a loro, aveva chiesto loro di andarsene e di lasciarla in pace, le aveva colpite, le aveva arrotondate sui polpastrelli come mollica sussurrando Eccovi qui, eccovi qui piccoline. Poi le aveva immaginate rotolare sul pavimento e sparire. Più uova riusciva a estrarre dal suo corpo, più si sentiva leggera. Si chiese se si provasse quella leggerezza prima di morire.
Un mattino come un altro volò giù per due rampe di scale e corse fino alla piazza in camicia da notte. Forse erano passati mesi. Aveva i piedi nudi, il selciato era caldo, era piena di uova. Ormai ne aveva estratte una cinquantina, ma quelle si moltiplicavano, prudevano. Non che le facessero male. Il prurito sembrava invece darle energia.
Aveva individuato da qualche giorno la posizione esatta dell’uovo centrale, di qualche millimetro sotto l’ombelico che lo ricopriva come una fogliolina rosa. Supponeva che da lui si fossero generati tutti gli altri e aveva desiderato toccarlo. La piazza era silenziosa ma sentiva qualcuno guardarla. L’uovo premeva e batteva come un secondo cuore collocato nell’altra metà del corpo, più vicina alla terra. Era così grosso che le avrebbe riempito l’intera mano, per questo le risultava impossibile estrarlo come aveva fatto con gli altri. Il coltello lo aveva preso per precauzione ma non pensava che lo avrebbe usato. Pensava che il coltello sarebbe rimasto nella borsa di tela, che non ce ne sarebbe stato bisogno, che tutto avrebbe potuto svolgersi con calma e con dolcezza, non nella violenza e nemmeno nell’odio. Per sopportare quel dolore, si concentrò su altri dolori. Erano innumerevoli. Quando lo sentì entrare nella carne si generò in lei una vista nuova.