Una fotografia dello Stadio Olimpico di Roma, ripreso dall’alto e conservata nell’archivio storico del Touring Club Italiano del 1967, restituisce il rapporto che l’impianto, prima del suo ampliamento realizzato per i Mondiali del 1990, aveva con lo spazio pubblico. Non tutti, infatti, potevano andare a vedere la partita: chi restava fuori si radunava sulla collina di Monte Mario. Da lì il campo era praticamente invisibile, ma l’esperienza collettiva era comunque intensa. Le radioline portatili colmavano la distanza visiva, mentre la presenza condivisa costruiva un senso di comunità. La città, in questi episodi, non solo permetteva ma favoriva la trasformazione degli spazi pubblici in luoghi di aggregazione spontanea. So bene che sono passati più di venti anni e le città sono cambiate molto, ma questa fotografia ci dice una cosa semplice: lo stadio può essere un dispositivo per re-immaginare la città solo se accetta di diventare un’infrastruttura sociale, e lo spazio che lo circonda un luogo di conflitto e di appartenenza. Il problema non è costruire o non costruire nuovi stadi. Oggi il problema è capire quale città stiamo costruendo attraverso di essi. 

Gli stadi, infatti, non sono più soltanto edifici destinati al calcio, né semplici contenitori di eventi sportivi. Sono diventati strumenti complessi: catalizzatori di investimenti, occasioni di valorizzazione immobiliare, macchine commerciali, oggetti iconici attraverso cui una città tenta di ridefinire la propria immagine. Attorno allo stadio non si organizza più soltanto il rito della partita, ma un intero ecosistema di consumo:

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