Il progetto Atti Fondamentali (1971–1973) del collettivo di architettura radicale Superstudio rappresenta una delle riflessioni più profonde sulla condizione umana e sul ruolo dell’architettura nella società contemporanea, riducendo la complessità della vita a una sequenza di rituali che accomunano tutti gli esseri umani e considerando l’architettura come spazio necessario in cui questi rituali si mettono in scena. Nel capitolo dedicato alla morte, Superstudio la rappresenta come qualcosa di inevitabile e universale, un momento che accomuna tutti gli individui al di là delle differenze sociali, politiche e culturali. Infatti, se l’architettura moderna aspira a organizzare e controllare ogni aspetto della vita umana, la morte ne rivela il limite fondamentale: nessun progetto può evitarla o realmente governarla. Proprio per questo la morte diventa l’atto più universale dell’esistenza, capace di dissolvere gerarchie e distinzioni e di mettere in crisi l’idea dell’architettura come sistema totale di controllo della vita. In questa prospettiva, Superstudio utilizza la rappresentazione di questo momento non come evento tragico o spettacolare, ma come strumento critico per riflettere sui confini del progetto architettonico e sul rapporto tra spazio, società e condizione umana.
Ogni civiltà, in fondo, costruisce i propri oggetti e le proprie architetture proprio per segnare questo passaggio, tra due condizioni, una conosciuta l’altra sconosciuta
Per raccontare gli oggetti, le architetture, i limiti che danno forma a questo atto fondamentale della vita, voglio partire da un aneddoto su un architetto, Ettore Sottsass, Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti