L’odore che si respira è dolce e deriva dagli ingredienti chimici usati in laboratorio. Sul tavolo operatorio, agganciati a complessi macchinari che li tengono in vita, ci sono due reni di maiale. Tre scienziati stanno iniettando nei tessuti una soluzione che, giusto per farmi capire, definiscono «l’antigelo che metti nell’auto per evitare che il motore ghiacci». L’obiettivo di questi biologi non è solo preservare i reni nel migliore dei modi, ma fare in modo che gli organi possano essere scongelati e riprendere a funzionare come nulla fosse. Possano, in altre parole, resuscitare.
L’esperimento a cui sto assistendo avviene nella sede di Alcor, la più nota tra le poche società al mondo che offrono servizi di crioconservazione post mortem. Il quartier generale di Alcor consiste in un sobrio edificio color panna che si distende per un isolato ai margini di Phoenix, in Arizona, in un’area residenziale con grandi case e poca densità abitativa. In questa struttura, conservate dentro gigantesche capsule di azoto liquido a centonovantasei gradi sottozero, si trovano duecentocinquantadue persone, tra corpi interi e teste mozzate – “neuro” in gergo. La tecnologia per riportarle in vita ancora non esiste nella pratica, ma l’ambizione di Alcor (e il sogno di chi paga per i suoi servizi) è di preservare i tessuti umani quanto più possibile intatti dopo la morte, in attesa che, a un certo punto del futuro, sia escogitato un modo per resuscitare corpi e cervelli.
Alcor si presenta al pubblico con due opzioni di “membership”: la prima prevede la crioconservazione dell’intero corpo e costa circa 220.000 dollari; la seconda, che consiste nella conservazione della sola testa, è più economica: 80.000 dollari
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