Antonio Zagari, professione ’ndranghetista, da giovane aveva un paio di grossi baffi e uno sguardo da buono. Basta vedere le sue foto. Che cosa si ricorda di lui il giornalista Gianni Spartà? «Le mani bianche e grosse, forti e tozze, mani da contadino, appoggiate sul tavolo di formica marrone del parlatorio del carcere dei Miogni a Varese, dove l’ho incontrato perché mi aveva scritto: voleva parlarmi». Quelle stesse mani sporche di sangue che, quando non vuole più ammazzare – ha una vera e propria emofobia – si va a lavare alla fontana vomitando e tremando in preda al panico e allo schifo. Come si vede nella primissima scena del film Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino di Daniele Vicari, con il mafioso interpretato da Gabriel Montesi, presentato al festival di Venezia e da qualche mese al cinema.
Gianni Spartà se lo ricorda bene quel suo modo unico di parlare (e di scrivere) forbito, preciso, appassionato: tipico di uno che doveva fare altro, non il figlio di un boss della ’ndrangheta, il primo ad aver tradito suo padre consegnando alla legge un centinaio di suoi compari infiltrati al Nord.
Incontro Spartà a casa sua, non lontano dal Sacro Monte di Varese. Seduti uno di fronte all’altra, Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti