La più bella dichiarazione d’amore della letteratura? Probabilmente la Notte di Valpurga, dal capitolo V della Montagna incantata di Thomas Mann – che per ragioni che si chiariranno continueremo a chiamare così, e non Montagna magica come in una nuova traduzione per altri aspetti perfetta.
Siamo a Davos, nei giorni di Carnevale. Hans Castorp è ospite del sanatorio da ormai sette mesi e, in questo tempo immobile, durante le lunghe giornate passate sulla sedia a sdraio senza nulla da fare e molto da pensare, ha coltivato una passione malsana per una paziente dal fascino esotico, la russa maritata francese Clawdia Chauchat. Hans la osserva ogni giorno durante i cinque pasti che scandiscono la vita del Berghof: lei siede al tavolo dei «russi per bene», lui ne studia di soppiatto ogni gesto e ogni mise. È abbagliato dagli occhi a mandorla che sporgono sugli zigomi alti e dalle braccia sexy che traspaiono dalle maniche di garza; soprattutto, è sedotto dalla nonchalance con cui la donna sbatte la porta a vetri ogni volta che entra nella sala da pranzo: per un ingegnere tedesco, antonomasia dell’ordine e del controllo borghesi, si tratta di una provocazione sfrontata.
Nelle quasi cinquecento pagine che precedono la dichiarazione, Mann ci mostra cosa significhi innamorarsi entro un sistema chiuso e ritualizzato, dove la conoscenza più intima è paradossalmente proporzionale alla distanza. È il contrario della mistica dell’incontro amoroso come evento improvviso e rivelazione reciproca. Per Hans, l’interesse nasce come un enigmatico “riconoscimento” (gli occhi di Clawdia ricordano quelli di un compagno di scuola, Pribislav Hippe, la cui memoria serve da anticipazione figurale della donna), e si sviluppa senza incentivi o riscontri. L’amore è il prodotto di una cottura a fuoco lento, alimentato ora per ora da sguardi fugaci, spionaggi e piccoli pedinamenti nel perimetro del sanatorio. Lo spazio è limitato e soffocante, il tempo dilatato e ripetitivo. In una fenomenologia deliziosamente buffa assistiamo al montare progressivo dell’eccitazione erotica di Hans che, combattendo contro censure interne ed esterne (tra cui le prediche illuministiche del pedagogo Settembrini), e sperimentando i primi sintomi della tubercolosi, scopre che amore e malattia coincidono. Al termine di questi interminabili, estenuanti preliminari, tanto il protagonista quanto i suoi lettori sono in stato febbrile.
La sera del Martedì Grasso anche il sanatorio è in fermento. La festa autorizza promiscuità e trasgressioni: gli ospiti si mascherano dismettendo i propri ruoli consueti, bevono, giocano, qualcuno azzarda un ballo clandestino. La licenza carnevalesca, isola di libertà irresponsabile e provvisoria in cui le regole della morale e della razionalità sono sospese, rende finalmente possibile ciò che finora era rimasto confinato nell’immaginazione. Pur non avendo mai rivolto la parola a Clawdia, Hans osa avvicinarla per chiederle in prestito una matita da disegno, come aveva fatto con Hippe in un giorno lontano della sua adolescenza. Lo fa in un maldestro francese, dandole familiarmente del tu; la lingua straniera, in cui «si parla senza davvero parlare», lo rende insieme audace e disinvolto. Grazie all’invisibile travestimento, il timido ingegnere recita il ruolo dell’amante spregiudicato, lanciandosi in una delirante confessione erotico-clinica che trasfigura l’atto sessuale in morbosa esplorazione anatomica:
«Lascia che io posi devotamente la mia bocca sull’Arteria femoralis che batte sulla parte anteriore della tua coscia per diramarsi più in basso nelle due arterie della tibia! Lascia che io senta il profumo che esala dai tuoi pori e sfiori la tua peluria, umana immagine di acqua e albumina destinata all’anatomia della tomba, e lascia che muoia, le mie labbra sulle tue!».
Clawdia lo canzona mettendogli in testa un cappellino di carta. «Addio, mio principe Carnevale! Le predico che stasera avrà qualche brutta linea di febbre». Poi si avvia languidamente verso la porta, sussurrando: «Non si dimentichi di restituirmi la matita».
Sapremo come è finita all’inizio della seconda parte del romanzo, grazie a quella sofisticata arte dell’ellissi che fa della tecnica narrativa di Mann l’antesignana del “tocco alla Lubitsch”: anche qui un gioco piccante fra detto e non detto, mostrato e non mostrato, dove un minimo dettaglio allude a una spiegazione intera senza bisogno di esplicitarla. (Per il concetto cinematografico rimando a una delle spiegazioni di Billy Wilder facilmente reperibili su internet). Intuiamo che la piccola matita dalla punta estraibile (insieme a siringhe e termometri uno dei tanti simboli erotici sparsi con grazia lungo il racconto) è stata debitamente restituita: all’indomani del sabba ospedaliero, Hans ha in tasca la radiografia portatile che Clawdia diceva di custodire nella sua stanza. È la «fotografia interiore» che lei gli ha lasciato prima di abbandonare il sanatorio per un tempo indeterminato: pegno della passione ricambiata e – prima ancora – trofeo del desiderio che ha sconfitto la ragione borghese.
La montagna di Mann è incantata, non magica. La traduzione di Ervino Pocar ci piace di più non solo per abitudine, reminiscenze fiabesche e gusto dell’eufonia, ma perché riproduce il contrasto, evidente in tedesco, con il moderno «disincanto del mondo»: il processo di razionalizzazione che, secondo Max Weber, ha incenerito i sogni e le illusioni che danno senso all’esperienza umana. La splendida storia d’amore raccontata da Mann è una risposta a questa diagnosi.