Nel 1976, a New York, Hans Hollein inaugura una mostra di design dal titolo Man Transforms. Non è una mostra qualsiasi, una semplice collezione di oggetti, ma una vera e propria collezione di idee. La mostra si apre con un grande tavolo, dove, sotto una teca trasparente, sono disposti pani provenienti da ogni parte del mondo. Il pane è un cibo semplice, quotidiano, quasi invisibile. Eppure lì diventa qualcos’altro: un segno, un racconto, una geografia fatta di gesti ripetuti, di mani, di tempo. Esporne centoquaranta tipi diversi significa dichiarare che un progetto non nasce sempre da un cliente, da un disegno, da un’intenzione precisa, ma può emergere lentamente nel corso dei secoli, attraverso variazioni minime, aggiustamenti, errori, consuetudini e usanze di culture diverse. Una forma di consenso collettivo, silenzioso, che costruisce il mondo senza bisogno di manifesti. E allora il pane non è più solo cibo. È design. È architettura, direbbe Hollein. È la prova che l’uomo trasforma la realtà anche attraverso azioni elementari, quotidiane, quasi inconsapevoli, dove cultura e creatività coincidono senza dichiararlo. 

Molte cose, inevitabilmente, sono cambiate negli ultimi cinquant’anni,

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