I quasi 70 milioni di incassi che fanno di Buen camino il film italiano più redditizio di sempre richiedono un aggiornamento rispetto all’articolo pubblicato in precedenza su queste pagine, e scritto a ridosso dell’uscita. Alla fine del 2025, il discorso mediatico da una parte indicava in Checco Zalone il salvatore del cinema italiano che riportava il pubblico in sala, e dall’altra stigmatizzava i presunti “critici soloni” (un’espressione che bolla chi la usa come privo di qualunque credibilità), probabilmente di sinistra, incapaci di divertirsi e di legittimare i gusti del pubblico che, si sa, ha sempre ragione. Un discorso, va detto, fondato su pregiudizi che non solo sono anacronistici, ma sono anche infondati: da una parte perché la critica non esiste più e non esercita alcuna influenza, se non nell’evidenziare, un paio di volte all’anno, qualche film piccolo (vedi Le città di pianura di Francesco Sossai: 1,2 milioni di incasso); e dall’altra perché Buen camino è stato accolto da un plauso pressoché unanime della bistrattata critica e sostenuto strategicamente da media in grado di tenere vivo l’interesse nel corso delle settimane (vedi le interviste che un noto quotidiano online dedicava periodicamente alle attrici del film, con titoli come “Per Checco ho accettato di imbruttirmi”, “Interpreto una top-model ma sono nata nei quartieri poveri di Bogotà”, e via dicendo).

E tutto questo in un mercato che attorno a Zalone ha fatto il vuoto, e in cui l’unico concorrente è stato Avatar: fuoco e cenere (circa 25 milioni di incasso) – un film che dura più di tre ore. Questo basterebbe a mostrare come è cambiato profondamente il mondo dell’entertainment dai tempi dei cinepanettoni con Boldi e De Sica (il record fu Natale sul Nilo, nel 2008, con 28 milioni), che ogni anno se la giocavano con Pieraccioni, con Aldo, Giovanni e Giacomo, con Salemme (in un passato più lontano) o con Siani (più di recente); era un mercato

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