E quindi potrei anche essere felice?
Così finisce, in levare, La gioia di ieri, il bellissimo nuovo romanzo di Elena Stancanelli (Einaudi, 2025). Anna, la protagonista, e la giovane amica Micol durante una passeggiata in tempo di Covid si ritrovano su una chiatta abbandonata sul Tevere. Anna domanda se la vita non potrebbe essere così, sciogliere semplicemente gli ormeggi. La corrente poi ti porta fino al mare. La vita come un lungo fiume tranquillo. E Micol: «La vita è così, Anna». E poi la domanda conclusiva sulla felicità, uno di quei finali che hanno la capacità di riavvolgere la storia e far ripartire il libro dall’inizio nella tua testa: «E quindi potrei anche essere felice?».
Poiché abbiamo cattive abitudini, non è una domanda che ci poniamo abbastanza spesso. Tralasciando lo sciagurato inizio di millennio che già appartiene a un’era postumana povera anche di domande, siamo figli del Novecento e nipoti dell’Ottocento, un secolo che la questione della felicità non se la poneva proprio. Se la ponevano invece, in modo ossessivo, gli uomini dell’ultimo secolo intelligente: il Settecento. Felicità pubblica, buon governo, felicità individuale. Esiste? E se sì, come raggiungerla? E una volta raggiunta, come mantenerla?
Arrivati alla fine, dicevamo, nella nostra mente il libro – come tutti quelli davvero buoni – riparte a tutta velocità dall’inizio. Ci si chiede se Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti