Una folla di persone che riempie le strade delle città, lancia ai liberatori baci, fiori, esulta. Questa dovrebbe essere l’immagine della fine della guerra. Ma non della fine della Shoà. Basta mettere vicine queste due parole per capire quanto la loro unione sia priva di senso.

Che la fine della Seconda guerra mondiale sia un momento di gioia è un pensiero tutto sommato indiscutibile, eppure nessun ebreo in Polonia all’indomani della fine di quella guerra aveva nulla da festeggiare. Del resto prima di allora in Polonia c’erano più o meno tre milioni e mezzo di ebrei, decine di partiti politici ebraici, nonché scuole di pensiero, correnti di letteratura, di poesia, di cinema. Varsavia era il cuore della cultura ebraica dell’est Europa, soltanto a New York c’erano più ebrei che a Varsavia e, al di là dei centri urbani naturalmente popolati, c’erano migliaia di città grandi, piccole e minuscole dove quei milioni di persone abitavano: un mondo spazzato via praticamente del tutto dalla guerra.

Dal 1945 la Polonia, per ciascun ebreo sopravvissuto, era un cimitero.

Soltanto in rare testimonianze di ebrei compare la gioia. La fine della guerra significò, paradossalmente, trovarsi a fare i conti con lo sterminio. Comprenderne la portata.

Nel suo ultimo libro Non una fine, non un inizio. Le sorti postbelliche degli ebrei polacchi (Nie koniec, nie początek. Powojenne wybory polskich Żydów, Wydawnictwo Czarne, 2025) Anna Bikont racconta che cosa decisero di fare quei pochi ebrei rimasti, dato che non era loro possibile, così come lo era invece per chi ebreo non era, tornare alla vita di prima. 

Ho cercato almeno un esempio, così come è successo a milioni di persone, di qualcuno che fosse tornato alla vita di prima della guerra, alla sua famiglia, alla sua casa, al suo lavoro. Non l’ho trovato. Per ciascuno dei sopravvissuti, per quanto disperato, sconvolto, ammutolito, la fine della guerra significò ripensare e ricostruire la vita da capo. 

Questo è il grimaldello della sua ricerca. E gli ebrei sopravvissuti non avevano una casa dove tornare perché, là dove ancora in piedi, le loro case erano state occupate, magari dai vecchi vicini di casa; si incontrano spesso testimonianze dove i polacchi erano quasi sicuri che di ebrei non ne fossero più rimasti e, allora, tanto valeva prendere loro tutto. Gli ebrei sopravvissuti non avevano

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