QUASI UNA VITA. Tra pochi mesi, a settant’anni dalla morte, scadrà il monopolio dei diritti sull’opera di Corrado Alvaro. È ancora letto Alvaro? Nel dubbio, provo a suggerire alcuni motivi della sua attualità. I critici hanno visto subito che si trattava di uno scrittore allo stesso tempo regionale e cosmopolita: molto calabrese, e molto europeo. «È un primitivo, e al medesimo tempo un intellettuale» concludeva Emilio Cecchi. Per questo sa descrivere come pochi l’intimo strazio che provoca il contatto tra due mondi l’uno all’altro stranieri. «Quando mio padre, dopo anni di sacrifici (…) venne dal paese e ascoltò la radio con le sue canzonette», annota Alvaro in un diario del 1943, «la vita gli si colorò improvvisamente in un’altra maniera, come se avesse sofferto senza ragione. Sorrideva ma faceva pena».   

Naturalmente in Italia, e specie nel sud, questa doppia identità non è affatto rara: basta pensare a un fratello maggiore di Alvaro come Pirandello. Ma lo scrittore di San Luca la declina in una forma tutta sua. Nei racconti di Gente in Aspromonte (1930), ad esempio, singolare almeno quanto tipica è la sovrapposizione di Verga e D’Annunzio. Ma ancora più interessante è la circostanza per cui Alvaro tiene insieme il ‘900 poetico-figurativo e lo stile dei saggisti di costume.   

Rispetto alla prima componente, spiccano in lui le figure gravi e maestose, il ralenti sonnambulico o allucinatorio, la continua e si direbbe musiliana oscillazione tra la pura materia e il puro spirito. Tutto nelle sue narrazioni enigmatiche sembra ricondurre o a un istinto oscuro o a una sofistica straniante. «Tra Alvaro e la realtà» diceva Ottieri «c’è sempre una nebbiolina, poetica, ma una nebbiolina. Quando descrive i luoghi, dà illuminazioni bellissime, ma non si capisce mai bene dove ci si trova». L’irrealtà, l’incubo torpido bontempelliano, gli ingrandimenti sgranati e le dilatazioni percettive da avanguardia espressionista dominano quella zona dell’opera che va da L’uomo nel labirinto del 1926 a L’uomo è forte del 1938. Uomo: parola scritta a caratteri cubitali per dire che ormai manca la cosa – o meglio che solo una cosa rimane al posto dell’essere vivente, un oggetto la cui passività politica a stento si distingue da quella erotica. E su questa constatazione s’innesta l’Alvaro aforista o commentatore civile. Si potrebbe anzi sostenere che il ruminio del narratore serve al saggista per avanzare semimascherato. Domenico Scarpa ha descritto bene la prosa lenta e opaca, il tono «neutro ma non neutrale» di questo autore, che dalla passività vischiosa richiesta dal fascismo si difende mimando un’altra passività, compromissoria e resistente a un tempo, da “carapace”. Attraversata la lunga tragedia del ventennio, la sua saggezza amara si esprime negli appunti del bellissimo Quasi una vita, un diario tenuto tra il 1927 e il ’47. Ecco un’annotazione del 1938: «Ella mi disse: “Il mio amante cominciava ad essere stanco di me. Ma un giorno, alla sua presenza, il duce mi telefonò, come è solito alle volte quando si annoia e vuole scambiare qualche chiacchiera al telefono. Quando abbassai il ricevitore, ed egli seppe di chi si trattava, mi amò con ardore». Ed ecco un appunto di otto anni prima, che nell’epoca dei dossier da social dovrebbe farci fischiare le orecchie: «Si scrivono lettere morali e non perché la società sia morale ma perché della morale offesa può farsi un’arma contro di voi. Si pensa al significato remoto che la lettera può acquistare. Sono lettere dette ad alta voce. Si scrivono spesso anche menzogne, e ai più cari, perché l’occulto lettore della censura creda e riferisca ciò che noi vogliamo sia riferito. Così nei rapporti comuni. Poiché ci sospettiamo tutti, ci raccontiamo bugie. (…) È impossibile pensare a un abbandono, a una confidenza. Parlando in casa, si sta lontani il più possibile dal telefono. Si dice che il telefono possa trasmettere come un amplificatore tutto quello che si dice in casa. Si fanno perfino dei giuochi di società su tale credenza». 

Quasi una vita va letto insieme al pamphlet L’Italia rinunzia? (1945), scritto tra le macerie della guerra. Delineando la situazione nazionale dopo l’8 settembre, Alvaro ne fissa le contraddizioni umilianti in una scena breve: «Guardare il proprio figlio come un arruolato a una banda straniera; accogliere il combattente in licenza aprendo il tasto di radio Londra per sentirsi incitare alla diserzione e alla rivolta e preconizzare la sconfitta». Anche davanti a queste righe, oggi un fischio sinistro comincia a insidiare le orecchie degli italiani. 

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CITATI IN GIUDIZIO. Nell’ultimo anno, l’uscita di due libri che riuniscono testi dispersi di Pietro Citati ha riportato all’attenzione un caso letterario forse non completamente spiegato. Leggendo prima La follia degli antichi (Feltrinelli), che raccoglie i risvolti citatiani della collana di “Scrittori greci e latini” pubblicata da Mondadori e dalla Fondazione Valla, e poi Un altro Settecento, la tesi di laurea di Citati sull’illuminismo lombardo curata da Jacopo Parodi per Aragno, pensavo all’eccezionalità – in tutti i sensi – di quella che si può ben definire una carriera critica. L’instancabile e coltissimo ritrattista saintebeuviano del nostro tardo Novecento appartiene all’ultima generazione moderna. È la generazione dei Garboli, dei Raboni, dei Baldacci. Ma a differenza di loro, a un certo punto Citati si è liberato dalle distinzioni e dalle inibizioni della cultura in cui era cresciuto, per buttarsi in un’arena postmoderna dove ormai tutto sembrava somigliare a tutto. L’effetto è curioso. In certi saggi brevi, specie della sua stagione giovanile, questo critico ha intuizioni che non sfigurano di fronte a quelle garboliane o anche a quelle di Debenedetti; ma nei momenti peggiori, e spesso più celebri, può quasi franare al livello di un Luca Goldoni. L’articolista efficacissimo è anche il biografo che nei libri della maturità ha parafrasato i capolavori dell’Occidente rendendoli più o meno fungibili (tutti i loro autori sono ugualmente grandi, sublimi, infallibili…). Lo stesso ragazzo geniale che a Ceneri di Gramsci ancora calde osserva come i fondali approssimativi di quel Pasolini richiedano una lettura “a distanza”, col cannocchiale, è il retore che ha autorizzato l’uso indiscriminato del superlativo per qualunque prodotto librario, e che ha riversato torrenti di oratoria generica su opere già canonizzate dal tempo o dalla pubblicità. 

I due recuperi editoriali di quest’anno aiutano a confermare un’ipotesi. In genere, Citati regge meglio dove incontra un oggetto che fa resistenza al suo eloquio troppo rotondo. Nella Follia degli antichi, i pezzi più memorabili non sono quelli sui mistici, gli astrologi o gli esotici bizantini, ma quelli dedicati ad Aristofane; e l’illuminismo del «Caffè», esplorato a vent’anni, costringe il critico a ragionare (con una padronanza perfetta della dialettica che non ama) meglio di tutte le vette goethiane o i labirinti borgesiani. 

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SCUOLA TORNASOLE. A ogni dibattito italiano sulla scuola (che come nota un mio amico fa immediatamente crollare la vitalità di chi lo legge e mette in uno stato di pre-morte molto poco favorevole all’apprendimento) partecipano sempre tre figure tipiche della nostra commedia dell’arte culturale:

1. il professore che vuole ristabilire la solennità intellettuale del proprio ruolo, dietro la cui improbabile maschera di rivoluzionario si riconosce subito il chierico sprezzante: non un ‘gentiliano’ (il paragone è troppo alto) ma un don Luigino Magalone di grande ferocia piccolo-borghese;

2. l’insegnante che ha un’idea di scuola e di pedagogia democratica molto simile a quella del preside del Maestro di Vigevano, il quale in odio alla lezione frontale costringeva gli alunni a mimare l’equipaggio di Colombo;

3. il seduttore da Attimo fuggente, che inevitabilmente tende un po’ a fuggire con la cassa. 

In ogni caso, la scuola è una formidabile cartina di tornasole ideologica: quando ne parlano, coloro che di solito immaginano con troppa facilità qualche palingenesi mondiale diventano a un tratto moderati, cauti, riformisti, fieramente avversi alla demagogia. Il fatto è che ci lavorano.