FOTOROMANZO. «Se la tua foto non è venuta bene, significa che non eri abbastanza vicino» recita la sentenza leggendaria di Robert Capa. «Se la foto non ti ha convinto bene, è perché non eri abbastanza lontano» potrebbe dire oggi un Robert Capa da tastiera. 

La guerra dell’informazione per immagini in tempo di guerra (e anche di relativa pace) non riguarda solo i fotomontaggi e l’AI che li sostituisce. Riguarda – ontologicamente – la fotografia. Inutile aggiungere “la fotografia vera”. Perché il punto è proprio questo: che per sua natura rimane al di qua del vero. Se ce lo dimentichiamo di continuo, malgrado o forse proprio a causa di annosi studi sulla comunicazione, è perché siamo cresciuti con il culto dei “grandi scatti”: quelli dei reporter e quelli degli “artisti”, i quali però – sempre per natura – si scambiano di continuo le parti. Un estetismo di fondo compromette le immagini meccaniche, e informatiche. Un estetismo equivoco, se il nostro occhio fa ininterrottamente la spola tra un pezzo bruto di “realtà” e la suggestione vaga che di lì emana. Tra i due poli manca la possibilità di attingere un significato sufficientemente preciso. Manca, cioè, l’unico piano su cui abbia senso parlare di “verità”. Ecco perché è facile che una foto si trasformi in un mito che serve a confermare delle tesi precostituite, secondo il processo che il primo Barthes chiamava “furto di linguaggio”. 

Anziché scorrere compulsivamente i siti delle testate online alla ricerca di queste conferme, torniamo allora a leggere una delle pagine più eque dedicate al tema. È una pagina pubblicata a fine anni Settanta, mentre un secolo di storia della macchina fotografica stava per essere inghiottito dai pixel. «A rigor di termini, da una fotografia non si capisce mai nulla» vi scrive Susan Sontag. «È vero che le fotografie possono

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