NELLA VIGNA DEL POST. Una mia amica molto intelligente e molto umana è sempre più preoccupata della piega che certe polemiche, culturali e politiche, stanno prendendo sui social. “La gente” mi ripete “non si direbbe mai quelle cose terribili faccia a faccia”. La preoccupazione, non c’è bisogno di dirlo, è fondatissima. Meno fondata, però, mi sembra l’analogia. Secondo me ne esiste una più adatta: quelle polemiche non sono un surrogato perverso del dialogo davanti a un caffè, ma la versione attuale di una lunga vicenda di dispute manifestatesi in pamphlet, riviste, fogli ciclostilati. Certo, il presente sembra sempre più confuso e meno nobile del passato. Eppure la storia moderna è la storia di un’opinione pubblica che si apre le sue radure nella foresta a colpi di Gutenberg in una maniera non meno impetuosa. Nel tardo Novecento dei mass media, questa opinione pubblica appariva ormai un volgo disperso e senza più nome; oggi, con la rivoluzione del web, lo è in un senso ben differente. I paragoni vanno usati con tatto. Ma è difficile non accostare gli incunaboli dell’umanesimo alla rapidissima ascesa odierna di un nuovo universo editoriale. Da una parte si aprono inaudite possibilità di scambio, di critica, di autoformazione, e dall’altra di manipolazione, di ciurmeria, d’impostura. Mentre declina la scolastica universitaria, e mentre le guerre di religione battono alle porte, si formano piccole accademie, che rischiano subito di corporativizzarsi; e torna a imperversare la letteratura che punta sul do-it-yourself. Nelle piattaforme social, nei post di Facebook o nei canali Youtube, si affacciano ogni giorno figure impreviste, nelle quali la velleità più ridicola, o la tartuferia semivolontaria, sono a volte inseparabili da vere capacità analitiche che i media precedenti avrebbero represso con un gesto di sbrigativo bullismo. Anche i chierici del vecchio mondo, accorgendosi che il nuovo è già troppo vasto per deriderlo, fanno capolino su quelle piattaforme: ma data la disabitudine a discutere alla pari, non stupirà che spesso mostrino una prosopopea balanzoniana. Né stupirà che, appena si vedono in difficoltà, si congedino dicendo di avere da fare “cose ben più importanti che polemiche da social”: il passaggio dalla retorica rotonda alla volgarità aperta è tipico di chi è stato abituato a separare schizofrenicamente lo studioso e l’essere umano. Insomma: la solita astuzia della ragione o delle passioni, e soprattutto delle rivoluzioni tecnologiche, torna a scompigliare le carte. Non è così che funziona, in fondo, tutta la storia della cultura? Le origini sono rozze, sì, ma anche vivaci.
Su un aspetto, però, l’analogia della mia amica si rivela più adeguata e inquietante. “Social” non significa solo diffusione di scritti e video, ma botta e risposta in tempo reale. E questo dialogo Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti