PRENDERE ATTO. I giovani eroi letterari degli anni Trenta sono difficilmente comparabili con quelli usciti dalla Grande guerra. Le ascesi moderniste della generazione di Eliot si sono allontanate di colpo. Alla letteratura, o almeno a una letteratura così religiosamente chiusa in sé stessa, non si può più chiedere tutto. I drammi politici e i media di massa conquistano il campo; e comunque, le oltranze sperimentalistiche della poesia pura hanno ormai toccato i loro esiti estremi. È il tempo in cui si rivelano alcuni ex ragazzi inquieti nati col Novecento. Gente che viaggia, flirta con le ideologie più diverse, combatte in milizie straniere, e proietta lo sperimentalismo in orizzontale, cioè sulla varietà dei generi affrontati. Gente impura, insomma; e incerta sul proprio destino estetico. I primi romanzi di Malraux e di Orwell (come poi il ciclo di Sartre) sono narrazioni di compromesso, incapaci di contenere il meglio dei loro autori: che infatti, con un atteggiamento riassumibile nel motto di Manzoni dopo i versi di Urania («Non ne scriverò più di simili») cominceranno a cercare sé stessi altrove. Nel reportage, nell’apologo, nel saggio teorico-diaristico, questi eroi letterari riconducono via via al proprio stato civile ciò che avevano appaltato a un alter ego poco credibile, sotto cui il loro vero nome si nascondeva come un uomo dietro un dito. 

Ma c’è chi per natura ha avuto meno bisogno di questo rodaggio. Forse il caso più sorprendente è quello di Christopher Isherwood: un narratore che scavalca con un balzo ilare, cavalcantiano, la diligente pesanteur dei Malraux e degli Orwell, e risolve in anticipo buona parte dei futuri dibattiti sull’autofiction o sulla fine del romanzo. Particolarmente rivelatore, in questo senso, è Christopher e quelli come lui (Christopher and His Kind), un bilancio autobiografico del 1976 tradotto di recente per Adelphi da Monica Pareschi. In realtà, Isherwood è sempre autobiografico

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