AL SIGNOR DI MONTGOLFIER. Quanti saranno, solo in Italia, i convegni e i testi universitari dell’ultimo quarto di secolo dedicati a quella che si è a lungo chiamata letteratura di consumo o Trivialliteratur? Letture strutturalistico-semiologiche, letture post-strutturaliste, letture psicoermeneutiche, tematiche, neomarxiste, transfemministe, postcoloniali, neodarwiniane… Il tema, nessuno lo nega, è importante. Ma di solito il trattamento è equivoco. Più lo spazio dell’esperienza letteraria reale si restringe, più chi si occupa di letteratura tenta di rimanere visibile studiando fenomeni socialmente diffusi. Nel che non c’è niente di strano, e in sé di male. Il male, però, sta nel fatto che troppo spesso si mescolano ambiguamente due piani. Dove la critica, coi suoi giudizi di valore, sembra ormai un “cane morto”, la si liquida en passant come attitudine da adolescenti o da pedanti; ma poi, proprio mentre ci si ritrae nell’atto di maneggiare “ciò che non possiamo ignorare”, con il piglio temerario e impassibile degli scienziati, ecco che si fa passare surrettiziamente un giudizio di valore. Che in fondo è sempre lo stesso: se questo è oggi ciò che “è” (cioè che è socialmente visibile), allora è ciò che deve essere. La cultura accademico-editoriale in difficoltà sposa il fatto compiuto, cerca di salire sul carro del vincitore. Ma qui si imbatte in un ulteriore equivoco. Fuggendo dai modi che temono ridicoli o sorpassati, i suoi rappresentanti si ritrovano davanti un altissimo Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti