Ieri notte One Battle After Another ha vinto l’Oscar del miglior film. Riproponiamo la recensione pubblicata il 30 settembre scorso.

Dei registi contemporanei, Paul Thomas Anderson sembrerebbe l’unico a svolgere una funzione cui Altman e Scorsese hanno assolto per decenni, con alti e bassi: quella del grande autore, tecnicamente impareggiabile, in grado di rivolgersi al pubblico generalista con opere estremamente personali, ma anche di girare film su commissione redenti però da un marchio di qualità. Privo di una storia e di una mitologia personale come quella di Scorsese, PTA probabilmente si è sempre sentito più vicino ad Altman, l’analista dell’America attraverso le grandi metafore corali. Ma con Altman ha condiviso anche deviazioni bizzarre, che solo i critici più devoti alla causa autorialista sono in grado di inserire in un percorso coerente.

Una battaglia dopo l’altra arriva dopo un film “piccolo” (almeno quanto a budget, non quanto a durata: 133 minuti) come Licorice Pizza (2021), e si propone come blockbuster d’autore altamente spettacolare. Tenere il piede in due scarpe oggi è una cosa molto difficile, ma non impossibile – se il film è adeguatamente supportato dai media, dai festival e dagli Oscar, e anche se c’è materia prima. Megalopolis di Coppola, che è costato 120 milioni di dollari, ne ha raccattati 14 sul mercato globale – e non c’è né da stupirsi, né da stracciarsi le vesti. Ma Povere creature! di Lanthimos, 35 milioni di costo, ha sfiorato i 120 milioni. Con un costo che si aggira attorno ai 130 milioni (non che si vedano tutti, onestamente), Una battaglia dopo l’altra dovrà fare molto meglio per risultare redditizio. E ha alcuni problemi di collocamento e di funzionamento. 

Vedendo Una battaglia dopo l’altra in un multiplex, emergono tante cose che nelle sale urbane per la borghesia colta andrebbero perse. Si nota, per esempio, che il film è pensato per essere, se non omologo, sicuramente compatibile a quel modo di consumo, popcorn alla mano. Prima di Una battaglia dopo l’altra,

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