Burhan Sönmez, autore di origine curda, è nato nel 1965 a Haymana, vicino ad Ankara. Ha lavorato come avvocato specializzato in diritti umani, fino a quando è stato gravemente ferito in uno scontro con la polizia turca e si è rifugiato nel Regno Unito, dove vive tuttora. Durante la convalescenza ha cominciato a scrivere e ha esordito nel 2009 con il romanzo Nord (uscito in italiano nel 2021). Ha pubblicato sei romanzi, tutti usciti in Italia per Nottetempo. Ho avuto la fortuna di tradurne cinque, incluso l’ultimo, Gli amanti di Franz K. (2025), originariamente scritto in curdo anziché in turco. E se l’esperienza di traduzione ti consente di sviluppare una familiarità speciale con la lingua e con l’universo narrativo di un autore, non capita spesso di riflettere insieme sulla sua scrittura e il suo percorso intellettuale. Ho approfittato della sua visita in Italia in occasione di Più Libri Più Liberi 2025 per rivolgergli qualche domanda.

In Gli amanti di Franz K., ritorna un tema molto presente nella tua narrativa, quello della memoria, che era anche il fulcro di Labirinto (2019): qui la memoria letteraria di Kafka, che viene preservata da Max Brod a dispetto delle sue volontà, in Labirinto l’amnesia del protagonista e la costruzione di una memoria pubblica del passato. Da dove viene il tuo attaccamento al tema della memoria, e pensi che continuerai a esplorarlo nei tuoi prossimi progetti?

In effetti, so di esplorare questo tema in molti dei miei romanzi, a volte al centro, a volte marginalmente. Ci sono due ragioni. La prima è che nella nostra era la memoria sociale e la coscienza storica affrontano minacce e problemi molto diversi. C’è quello che chiamano sistema educativo che, pur mirando a istruire i bambini, plasma le loro menti e instilla in loro una coscienza storica. L’accuratezza della coscienza/memoria costruita dal sistema educativo sta diventando sempre più discutibile in molti paesi. Oggi, la stampa che pervade le nostre vite, i canali televisivi ventiquattr’ore su ventiquattro e i social media con le loro infinite reti informative prendono di mira il nostro mondo della conoscenza, inviandoci costantemente nuovi stimoli. Siamo a una soglia in cui i modi di ricordare sono diventati di fondamentale importanza per il futuro dell’umanità e della società. In secondo luogo, è cruciale comprendere il ruolo della memoria nelle nostre vite individuali e il rapporto esistenziale che stabiliamo con essa. Mentre lottavo con i problemi di memoria che avevo sperimentato dopo aver subito un trauma cerebrale, ma anche mentre scrivo romanzi, trasformo i miei problemi nei problemi del romanzo e faccio sì che qualcosa del mondo esterno si rifletta nelle mie storie.

Anche in Gli amanti di Franz K., come nel tuo secondo libro Gli Innocenti (ripubblicato in italiano nel 2024) ritroviamo l’elemento dell’estraneità, della migrazione. In Gli Innocenti era centrale, qui è più in secondo grado, visto che il protagonista è nato a Istanbul ma si è dovuto spostare a Berlino da piccolo. Tu stesso vivi da molto tempo all’estero. Pensi che il tema dell’estraneità si stia affievolendo nella tua scrittura perché è una ferita che si sta rimarginando?

Il problema dell’estraneità sta crescendo e diffondendosi. In Europa, dove vivo, ma in tutti i continenti questo problema travalica i confini sociali e politici. Ogni fenomeno sociale racchiude in sé molte storie personali. Prendendo a esempio la vita di Kafka, potrebbe essere stato fortunato a morire in giovane età. Se fosse sopravvissuto, sarebbe morto nei campi di concentramento nazisti come le sue tre sorelle. Verso la metà del XX secolo, il cuore dell’Europa era diventato un luogo in cui persone come Kafka non potevano sopravvivere. Ecco perché il suo più caro amico, Max Brod, fuggì da Praga all’ultimo minuto e si stabilì in Palestina, salvandosi la vita. Il concetto di estraneità, l’alienazione stessa si stanno diffondendo sia a causa delle migrazioni geografiche che delle nuove divisioni sociali e tecnologiche. I politici pensano

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