Caro Alessandro, il tuo interesse per questa storia è antico, ramificato, tutt’altro che occasionale. Non un’“ossessione”, come ormai banalmente si dice, ma più semplicemente e profondamente una passione – passione per una vicenda di straordinaria densità e potenza narrativa, storica e antropologica. Ora che la serie tv di Sollima e qualche recente acquisizione investigativa riportano questi fatti all’attenzione della massa, ti va di dirci perché per te non hanno mai smesso di essere attuali? Ci sembri sufficientemente informato e strambo per portarci al cuore del problema.

Sono nato e tutt’oggi vivo in un paesino della Val di Chiana. Una frazione di neanche duemila abitanti, tipica dei cosiddetti “comuni sparsi” dei posti di campagna. La Val di Chiana è un’ex palude, la Louisiana italiana, qua siamo tutti redneck, pronipoti di consanguinei. Basta cercare di farsi dare il resto giusto in un esercizio commerciale per accorgersene. Quando ero piccolo, attorno alla mia casa c’erano solo strade sterrate e in alcune vecchie case del paese non arrivavano né l’acqua corrente né il riscaldamento. C’erano due vespasiani in piazza per chi in casa non aveva lo scarico. Qua fin da bambino eri abituato a vedere le nonne che uccidevano i conigli strozzandoli sotto il manico della scopa, gatti ammazzati perché avevano avuto l’ardire di salire sul tavolo, parenti bluastri in una cassa da morto in camere ardenti acchittate in sala da pranzo, crocefissi sulla soglia di casa per tenere lontane le streghe, tumori attribuiti al malocchio dei vicini invidiosi e stregoni di provincia considerati alla stregua di oncologi. E poi famiglie in faida per l’eccidio nazista che ha insanguinato questa terra nel giugno del 1944. Grazie al contesto familiare dove sono cresciuto, ho visto tutto questo a distanza di sicurezza, ma quest’atmosfera della campagna più selvaggia, tenebrosa e arcana l’ho respirata tutta. E ricordo bene il primo giorno di seconda elementare. Dopo che la maestra ci aveva fatto recitare come ogni mattina il Padre Nostro, si diffuse la notizia che la sera prima il Mostro aveva colpito ancora, qua vicino, agli Scopeti. La mia reazione non fu tanto di paura, quanto di sense of wonder.

Quindi morte e mostruosità che erano già nello spazio in cui abitavi. So che consideri niente meno che “assurdo” il fatto che, nell’immaginario collettivo, il Mostro di Firenze venga identificato con Pietro Pacciani. Personalmente ho avuto modo di assistere a un tuo spettacolo dedicato al Mostro che era letteralmente monopolizzato dalla sua figura (del resto Pacciani è stato anche narratore e protagonista di un tuo racconto). Lo show trasudava la tua empatia nei suoi confronti. Cosa rappresenta Pacciani per te? 

Ho sempre avuto una certa simpatia per gli indifendibili. Quelli che consolidano il consesso dei benpensanti, quelli che fanno così schifo a tutti che nessuno li vuol toccare e, nel dubbio che siano colpevoli o innocenti, gli augurano comunque di bruciare come rei. Di solito sono figure raccontate in maniera manichea e sempre come non-persone, oggetti transizionali utili solo a farci sentire migliori. Così fu per Pacciani. L’uomo giusto al momento giusto,

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