A Giada non piacciono i bambini. Non ontologicamente, non è affatto interessata alla questione da una specola eminentemente ideologica. Fare figli-non farne è un’antitesi che non sente di dover negoziare, e con chi poi. Non le piace quel bambino che perfora il muro del suono con gli acuti e le vien da pensare lo stiano torturando strappandogli le ciocche di capelli, braccine torte in senso contrario alla posizione riversa del corpo, oppure una fiammata, la cenere sulle cavigliette e altre traumatiche esperienze dostoevskjiane. Quel bambino si chiamava G e il patrigno lo ha fracassato a pugni, come un sacco da palestraccia periferica, scucito, a morsi, gli metteva le pomate sui lividi, chissà quando è andato in farmacia, le facce. Lo hanno capito che gli servivano a rianimare un cadaverino o quando gliele ha riportate indietro inani (capace lo abbia fatto, un soggetto del genere spaccacranio) le hanno riposte a scaffale, oppure se ligi, no, lo hanno rimandato a casa a smaltire sacchetto intonso e corpo inerte nel chissadove, chi ha mai trovato una pomata sulla mensola deputata quando la cercava: è questo ad aver fatto la fortuna della lobby dei farmacisti. Non le piacciono quelle bambine gettate in mare o spedite in un qualche oltreoceano purché mai più ritrovate dalla inimica madre, di cui padre omicida si fece vindice. Ma vindice di che? Dell’abbandono, o sai tu, fatti loro. Un giorno papà le veste, le alimenta, le bacia, le porta a fare due passi nella morte. Chissà che si sono dette, le bambine, nel viaggio. Quelle bambine lì, Giada non le sopporta. E non sopporta i bambini generici, che passano tirando le mani delle badanti che li scappellottano, che vogliono sempre qualcosa, diobambini, c’è sempre qualcosa che non hanno e la semiosfera genitoriale si spartisce in quelli che li accontentano solleciti sollevando l’apparato auricolare dalle perforazioni d’insonorità e quelli che invece a scopo educativo procrastinano ma alla fine gliela pur danno vinta a preservarsi i loro, di timpani, quando la ricezione si finalmente restringe a quella solo loro stanza, in cui non li sopportano e vorrebbero scaraventarli al muro, mentre piangono. Il sogno qualche volta confessato (una mamma, su Facebook, una mamma colta, due lauree, dottorato: volevo appenderlo, se mi svegliava. E un’altra mamma colta, figlia di semicolti: me mi chiudevano nella stanza quando piangevo, così imparavo a non farlo). Giada, quando si trova nei consessi in cui un qualche riproduttore automatico pretende di primeggiare per interposto figlio nel novero dei destinati a morte ancora in bozzolo (ma il mio piscia più lontano!), svicola, va a prendere da mangiare, in barba alla presunta anoressia. Che poi è solo che a Giada non piace il cibo, e gli odori, non c’entra il corpo in sé come bellezza. E no, non le piacciono i bambini. E tu, quando? Non è rimasta, dal secolo del decostruzionismo, del relativismo, dell’atomo fisso o fuso, delle particelle elementari, nessuna assiomatica ingiunzione protocollare come quella che nel consesso di individui altezza pari o inferiore 1.30 metri, di fronte all’unico elemento potenzialmente atto alla perpetuazione per genere se non età e condizione, non faccia scattare il firewall ettuquando. Ma poi perché, Giada qualsiasi che in un giorno qualunque per una serie di congiunture ascrivibili in egual misura al quadro astrale e agli arrivi trenitalia finisci col lasciarti condurre a un bimbo party, perché mai, dicevamo, dovresti uscirne illesa ovvero non riportare nemmeno uno sbrego alla consapevolezza pressoché trentennale che 1. No, un figlio non lo hai mai voluto (raccapricciante, a pensarci, già l’accostamento con annesso ancorché implicito possesso tra volontà e creatura prospettivamente autonoma), e statene certi mai lo vorrai 2. Se non lo hai voluto, circa le ubbie, gli atti notevoli e memorande imprese del Figlio di Quell’Altro, piuttosto che essere informata al dettaglio, andresti di corsa a ingurgitare panini, più d’uno, tanti di quei panini unti, fritti nell’olio di financo palma, fetenti di suini e grassi insaturi.

Utero retroverso, fibromini che poi sono proliferati e incicciottiti, sindrome dell’ovaio policistico, in generale cattiva digestione e conseguente malumore: sono molte le cause dell’infertilità, cui si può aggiungere la pillola anticoncezionale, un intervento di escissione del papilloma contratto a qualche altezza, ma non è nemmeno necessario acquisire pur minimali competenze ginecologiche: è sufficiente, come in quasi tutto, che una cosa non capiti, perché la si possa considerare esiziale. Non era per te, Giada, questo figlio che ti nasce e si ammala e poi, a un certo punto, o siamo qui a negarlo?, muore. A Giada non piacciono i figli prematuri che si portano addosso, esposte alla vista di qualunque estraneo giudicante e pelosamente caritatevole, le loro congenite malformazioni, i figli che ricopiano i geni delle malattie autoimmuni, dei cancheri altrettanto letali, delle malformazioni invalidanti. Si tracciano i grafici, le derivate, quanto di morte noi circonda nelle percentuali, nei filamenti di acido desossiribonucleico aka dna. I figli che puoi abortire, certo, se non sono perfetti, come skippassi il sito delle borse o la distesa delle medesime taroccate sul lenzuolo dell’ambulante, questa mi garba, no, difetta. A Giada non piacciono i figli che un giorno gli devono dire tua mamma è morta, oppure, sta morendo, oppure, morirà. A Giada non piacciono i figli che fanno le code davanti agli studi dei medici abbronzati, che vedono uscirne parenti o pazienti istessi con occhi schiantati d’allarme, che sostano nei corridoi litigando per la priorità di rivelazione, competizione macabra purché risolta in tempi compatibili con le vite che ciànno da fare, veloce, andare.
Giada riceve un mucchio di posta: inviti, promozioni, autopromozioni, Giada si è fatta un nome, nell’ambiente, anche se non sa esattamente perché e quando sia accaduto, e in ragione di cosa, che gentili utenti con pedigree pinguedine abbiano cominciato a pietire via direct message opinioni, incoraggiamenti, consigli, promozioni presso il tale o il tal altro che lei conosce, frequenta, con cui ha relazione o presso cui gode di credito spendibile, o così la si vuole intendere. Giada pensa a tutta la sua esperienza che starebbe in una sola pagina ancorché ampia di cv, e questi colle stese a lenzuolo di tituli avrebbero per qualche ragione bisogno di lei. Una volta all’università il professore le aveva chiesto consiglio sulle gallerie in cui esporre: veniva da un paesino del fermano, non aveva molta esperienza se non accademica. Giada aveva imparato che l’accademia è un posto in cui capitano due cose: qualcuno a un certo punto decide per te che ci sia una casella libera e che sia il caso di investire nel tuo percorso di occupazione della medesima. Qualcuno ti ritiene perciò all’altezza del compito. Qualcuno ti guida nell’apprendistato del ruolo che dovrai ricoprire, ti addestra, ti coopta. Sembra tutto regolare, non fosse a scapito di qualcun altro che non è ritenuto a quella stessa levatura, magari a torto o per ragioni che nulla hanno di specificamente tecnico-strategico ma umorale sì, e che l’umore sia inscindibile dal ruolo è questione di importanza capitale nella stessa strategia di progressiva occupazione delle caselle – ma Giada ci è arrivata troppo tardi. Non è mai stata adatta all’accademia, che è un luogo di estrema forma, di grande precisione coattiva in cui tutti parlano compìti e hanno sempre delle scalette pronte per l’ascesa all’Olimpo della Carriera, previa gavetta, si capisce, in posti dapprima meno prestigiosi ma raggiunti senza sforzo, qualche volta facilitati da carriere pregresse di padri, tutti i figli, notava Giada, sono dentro, io no. Figlia di NN, come gli esposti medievali. Quando le capita di incontrarsi con questi dell’accademia fuori dai contesti in cui parlano sotto sedativo e hanno le scalette (li preferisce comunque agli artisti, che non li hanno, i punti primo secondo terzo da enucleare, cui sfuggono le regole basiche della sintassi, che non è una paginetta obsolescente della grammatica di lucaserianni rip, ma l’unico modo di organizzare un pensiero per farsi comprendere dagli altri), insomma, quando li incrocia fuori, per sbaglio, in qualche posto in cui non ci sia un’etichetta sulla porta a marcarne il finalmente conclamato ruolo, li trova un po’ fatui, più che versati nel gossip, poco appassionanti, anche meno degli artisti, che invece fuori dal contesto galleria sono quantomeno erotomani, e questo rende l’impatto meritevole di replica, perché negarselo. Giada di artisti ne ha nel suo cv amatoriale per un bodycounting di livello, competitivo, ma a volte la intristisce pensarli nelle loro case, di ritorno da un amplesso furtivo al maxxi o al macro (chissà perché i musei hanno sempre questi nomi grandeur, a proposito), con i figli, insomma, con i bambini. Vogliono lei chiamano lei bramano lei, per parlare d’arte, come una specie di hot line culturale, l’app per incontri qualificati, cerco neuroni fisicati, scopo chiacchiere post pompa. Ma poi ci sono i figli, i bambini. Figli e bambini sinonimici, la stessa faccia di un Giano ricompattato e rivolto a qualunque età o esigenza: sono Figli, quindi escavazioni dell’egosfera, non ti mettere in competizione, hai già perso (bambinocratico, il nostro). Le persone che hanno le carriere spesso coincidono con quelle che fanno i figli: appartengono a un mondo precrisi economica, emergenza ambientale, pericolo atomico rinnovellato, recluse in una convenzionalità familista anche quando rivendicano l’elezione artistica. Scrivo, recito, dipingo ma il cavalletto è nello studio, la creazione ha termine col cambio domicilio: striscio badge e coi panni curiali depongo pennini e pennelli, preparo pappa, desco, aiuto compiti, leggo storie. A mio figlio piace che simulo le voci, mio figlio non si addormenta senza una favola, mio figlio non fa la cacca se non ha un libro davanti. I più fortunati si liberano dai cappi e si avviano a una carriera da blandamente teppistica a propriamente criminale, qualcuno deve lasciare la città perché lo insegue la malavita di quartiere. Vicende che ti immagini partorite dalla mente di un thrillerista cheap ma le riferisce uno con cui una sera di anni prima hai limonato sotto casa. Uno che adesso ce l’ha a sua volta un figlio. Ha spacciato, condiviso bottini furtarelli estorsioni e ora mostra dal display la gioia sua più grande e vive per lei come Bocelli e Francesco Renga.

Al museo della carta si arriva dopo molti tornanti. Basta non guardare gli schermi e seguire la strada per non vomitare come a Giada capitava da bambina, andando a trovare le zitelle in montagna. La facevano scendere perché non imbrattasse i sedili, dopo c’era quella puzza in bocca che chiamavano acetone. Il paesino non ha presidio medico e Giada comincia a sentire quel formicolio che le titilla in petto come premessero dentro il reggiseno dei piccoli gremlins (l’ha letto da qualche parte, dove?). Il museo era una scuola elementare, ma adesso, dicono le persone del posto, non ci sono più bambini. Ci sono solo due strade, parallele, che portano dalla stessa parte, dove svetta la casa su due piani. Non sa accendere la bombola, deve chiamare il factotum che la aiuta in videochiamata. Gli artisti sono già tutti in piazza, stanno facendo colazione e parlano di come hanno dormito, i sogni. Giada non ha sognato niente, o non sa, non ricorda. Le artiste cinesi sono parate a festa, vestiti-drappo come imperatrici del paesino: non c’è nessuno a guardarle, tutti che dormono, o sono altrove, sfumati e senza volto al modo propriamente dei sogni che non prevedono azioni, messaggi, decodifiche. I sogni dei cani, dei bambini, dei morti.