Durante un seminario all’Università di Pisa, verso la fine degli anni Ottanta (del secolo scorso…), al famoso storico dell’economia Carlo Maria Cipolla fu chiesto quale fosse la differenza più evidente tra l’ambiente accademico italiano e quello statunitense, visto che lui aveva insegnato in varie università italiane prima di approdare alla Scuola Normale di Pisa, e negli Stati Uniti, appunto, a Berkeley. Il professore, con uno sguardo divertito, rispose dopo una breve esitazione, dicendo pressapoco che lo scarto più evidente tra i due sistemi culturali consisteva nel fatto che in Italia un accademico di razza non si abbassa a fare divulgazione e, se lo fa, è criticato dai colleghi, mentre di là dall’Atlantico se un importante accademico non sa fare anche alta divulgazione, vuol dire che, in fondo, è limitato. E forse, non conosce nemmeno troppo bene la materia per poterla sintetizzare efficacemente. La logica conseguenza di quest’affermazione è sotto gli occhi di tutti: in Italia la divulgazione è stata lasciata a giornalisti più o meno volenterosi, sedicenti esperti incompetenti ma ambiziosi.

Tra le poche eccezioni, che hanno contribuito alla diffusione della cultura in modo intelligente, accettando i naturali compromessi imposti dai grandi mezzi di comunicazione, va senz’altro annoverato Alessandro Baricco,

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