Succede sempre più spesso: stiamo guardando una serie in streaming, con attori di serie A, una certa patina da prodotto “di qualità” e un’etichetta di genere piuttosto chiara, che si tratti di dramma, di true crime o di thriller. E dopo due o tre puntate di colpi di scena inverosimili, di «primi piani intensi» (per citare l’immortale Boris) e di rivelazioni implausibili su intrighi sentimentali o familiari, ci sorge un dubbio: non è che stiamo guardando una soap opera? 

Nell’ultimo anno televisivo è capitato così tante volte da perdere ormai il conto, e il caso più lampante è il patinatissimo legal drama All’s Fair, firmato dall’iper-prolifico Ryan Murphy e con un cast stellare – inclusa la grande Glenn Close – nei panni di un team di agguerrite avvocate divorziste. Se Murphy, uno degli showrunner più rilevanti e innovativi di questo millennio, ha sempre giocato sul riciclo di formule seriali classiche, da lui frullate con piglio postmoderno, questa volta siamo al grado zero: All’s Fair ha tutti i crismi della soap, dalle ambientazioni quasi esclusivamente in interni allo schiacciamento della messa in scena sui dialoghi, dal predominio di trame sentimentali ed erotiche allo sfoggio del lusso in cui vivono e vestono tutti i personaggi. E guardandole più da vicino, ci accorgiamo che la stessa cosa vale per molte altre serie e miniserie recenti:

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