La scorsa notte è morto Carlo Ginzburg. Ripubblichiamo una recensione del suo ultimo libro uscita il 26 maggio.
Nel titolo dell’ultimo libro dello storico Carlo Ginzburg, c’è un paradosso che lega l’esperienza concentrazionaria di Primo Levi ad Auschwitz ai fatti del 7 ottobre 2023 e alla violenza che ne è succeduta. È il paradosso della prossimità che genera vergogna – come quella che si avverte per le cose più intime e famigliari (ad esempio, per il proprio paese di provenienza), o come quella su cui, all’indomani del secondo conflitto mondiale, Karl Jaspers meditò con acume: la «colpa metafisica» che nasce dalla comune appartenenza al genere umano dei colpevoli e dei loro complici e che consiste «nel venire meno a quell’assoluta solidarietà con l’uomo in quanto uomo». In quanto italiano e ebreo – in quanto uomo di frontiera tra culture e memorie diverse – Ginzburg non si esime dalla ferma condanna della condotta del governo di Netanyahu a Gaza, e nel farlo si riconosce in quella vergogna qualcosa che lo (e ci) riguarda personalmente.
Il vincolo della vergogna. Letture oblique, pubblicato ora da Adelphi, è un libro generato, con movenza tipica di Ginzburg, dalla sua «euforia dell’ignoranza»: ogni saggio parte da un’anomalia incontrata per caso, seguita a tentoni nel buio fino a illuminare piste inedite. Nel buio, certo – ma non alla cieca. Perché quell’ignoranza dichiarata è sempre guidata da una cultura vastissima che spazia tra letteratura, filosofia, storia, antropologia e che permette allo studioso di avventurarsi lontano dal sentiero sapendo sempre, con precisione, su quale terreno sta camminando. Se per certi versi l’opera funziona anche come un memoir intellettuale, costellato di incontri e ricordi (e si pensi soltanto alla singolare sinergia tra metodo filologico e percorso biografico riscontrata in Delio Cantimori, conosciuto dal giovane Ginzburg nelle aule della Scuola Normale di Pisa alla fine degli anni Cinquanta), i sedici saggi contenuti nelle quattro sezioni del libro sono, per altri versi, un’occasione davvero ghiotta per accedere al laboratorio del pensiero indiziario. Un «paradigma» che deve molto più di quanto già non si potesse sospettare alla lettura della Recherche di Proust, affrontata all’età di vent’anni e alla quale l’autore attribuisce un’inedita centralità per lo sviluppo di quel modello epistemologico basato sulla lettura di dettagli marginali, apparentemente trascurabili, come spie di una realtà non altrimenti osservabile direttamente.
Si scopre così che l’archetipo dell’antica arte venatoria, studiato in Spie (1979) e posto in relazione a tre figure lontane tra loro – Freud, Giovanni Morelli e Sherlock Holmes –, si ispirava in realtà a quell’opera capitale della letteratura novecentesca. Un’opera alla quale la madre Natalia Ginzburg – traduttrice per Einaudi, nel 1946, del primo volume – lo aveva sin dall’infanzia avvicinato. È un riconoscimento tanto più sentito perché tardivo, che si innerva nella già fitta genealogia intellettuale alle radici del metodo indiziario e che convoca, chiamandole per nome, sia la critica stilistica inaugurata da Leo Spitzer sia il metodo campionatorio di Erich Auerbach, entrambi lettori del filologo tedesco Ernst Robert Curtius, profondo conoscitore a propria volta dell’opera proustiana.
A legare questi pensatori c’è la persuasione che l’orizzonte della storia sia prospettico e relativo, e che solo indagando le sue tracce trasversali sia possibile rintracciarne il senso. Proust, d’altronde, aveva già capito che la verità non si trova nei luoghi in cui la si cerca apertamente, ma nei margini, nelle increspature involontarie. Come non riconoscere, allora, l’impronta dello storicismo di Vico, il cui pensiero serpeggiava così tenacemente nell’Europa tra le due guerre e al quale lo stesso Ginzburg avrebbe poi attinto? Nella Scienza nuova, in effetti, Vico rivendicava per la conoscenza storica il ruolo della verifica, assegnandole l’onere (ma anche l’onore) della «prova»; e le sue celeberrime degnità, presentate in forma di tesi, offrono un contenuto certo e necessario al racconto storico. E tuttavia queste prove (ed è qui che la lezione di Vico diventa centrale) non si trovano solamente nelle fonti propriamente storiche, ma nei «geroglifici», nei “rottami”, nelle pieghe dei linguaggi: ovvero esattamente là dove Ginzburg, come nel suo magistrale Storia notturna. Una decifrazione del sabba (1989), ha sempre guardato.
Vichiano, «implicitamente o inconsapevolmente», è anche un altro saggio del Vincolo della vergogna: quello dedicato all’opera dello storico delle religioni Mircea Eliade, autore tra gli altri del Mito dell’eterno ritorno (1949). Quel testo, suggerisce Ginzburg, va letto come parte di una costellazione che egli chiama, in omaggio a Rossellini, «scritti dell’anno zero», e che contempla tra i suoi astri le tesi Sul concetto di storia di Benjamin, Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno, Apologia della storia di Bloch, Paura della libertà di Carlo Levi, Il mondo magico di De Martino. Opere eterogenee per forma, prospettiva e lingua, ma accomunate da un’unica domanda: come è potuto accadere? «Una domanda nata in una situazione di pericolo estremo», scrive Ginzburg, «si è trasformata in una domanda rivolta, in maniera più o meno esplicita, alla storia in quanto tale. La storia ha un senso? E se sì, quale?».
È qui che il libro tocca una questione centrale per il nostro tempo. Cosa fanno gli scrittori, i filosofi, gli storici quando le civiltà cominciano a disfarsi? I «cacciatori di origini» – per usare un’espressione cara all’Alberto Savinio lettore di Vico e di Freud – non indagano il passato per nostalgia, ma perché solo così è possibile conferire senso a ciò che siamo, o che siamo diventati. Ed è precisamente questa la posta in gioco nel rifiuto di Ginzburg della modernità come categoria: non una rinuncia al pensiero, ma la liberazione dall’illusione che il pensiero possa possedere per intero, dall’alto, il senso della Storia. L’unica prospettiva praticabile è sempre quella obliqua – che parte dal basso, dal dettaglio, dall’anomalia, dalla vergogna. Come Vico, come Proust, come Spitzer. Come Ginzburg…