Quando uscirono i «Meridiani» con le storie di Montalbano molti storsero il naso perché se quella collana rappresenta il riconoscimento assoluto del valore letterario di un’opera (e, blasfemia ancora più grande, l’autore era ancora vivente), Andrea Camilleri, soprattutto quello di Montalbano, non meritava di abitare quell’Olimpo. Perché se è vero che il Camilleri romanziere storico ha più facilmente raggiunto un consenso unanime di critica e pubblico, lo stesso non si può dire per le storie di Montalbano: perché? Perché sono forse filtrate dal volto televisivo di Luca Zingaretti? O si prolunga ancora il pregiudizio verso la letteratura di genere?
Nel 2025 la casa editrice Sellerio per festeggiare i cento anni dalla nascita di Camilleri ha ripubblicato in una veste nuova molti suoi libri, sia i romanzi con il commissario che quelli senza. Riaffondando tra le pieghe di Il re di Girgenti, romanzo storico che si fa beffe della storia inventando le sue fonti, o nel Seicento di Donna Eleonora di Mora nella Rivoluzione della luna si riconosce la felice riuscita di un procedimento letterario che unisce il gusto puro per il racconto con elementi complessi che hanno a che fare con questioni narratologiche o morali (il confine tra storia e menzogna, l’atteggiamento umano che ciclicamente persevera nei suoi errori, il procedimento di costruzione di una vicenda o il modo in cui la società stritola il desiderio). Tutto questo, inserito in una cornice per certi versi ancora più complessa perché pensata per essere “popolare”, trova un’ulteriore testimonianza nelle storie di Montalbano dove non solo si ripetono le domande delle altre opere di Camilleri, ma si aggiunge anche un lavoro straordinario su due elementi tra loro legati, la lingua e l’ambientazione. Le storie di Montalbano infatti Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti