Non è uno spettacolo di danza contemporanea, anche se costruito su una coreografia ben definita; non è prosa, anche se potrebbe sembrare un’inedita declinazione del teatro di narrazione; e non è un musical, anche se la musica e il canto hanno un ruolo centrale e benché alle peculiarità di quel genere si faccia esplicito riferimento. Asteroide, il nuovo spettacolo del danzatore-coreografo-autore Marco D’Agostin – artista associato al Piccolo Teatro di Milano, che ne ha ospitato il debutto, in tournée a luglio in vari festival e poi in autunno – è un “oggetto” indefinibile e, anche per questo, prezioso. La testimonianza di una ricerca nel campo delle arti performative che alle rigide distinzioni di genere preferisce la contaminazione dei linguaggi; alle rassicuranti convenzioni la ricerca di una forma che sappia aderire al meglio a un contenuto imprevisto, amalgama indistinguibile di scienza e filosofia, biografia e riflessione universale.
Ma da dove parte la performance/assolo di D’Agostin? Lo spunto viene dalla paleontologia – non a caso l’artista interpella più volte il pubblico chiedendo se vi siano in sala esperti della disciplina – e da una scoperta fondamentale: nel 1979 il geologo statunitense Walter Álvarez e la micropaleontologa italiana Isabella Premoli Silva, esplorando la Gola del Bottaccione, nei pressi di Gubbio, individuarono una sottile linea d’argilla con un’altissima concentrazione di iridio, un metallo presente nella polvere cosmica ma non sulla Terra. Da qui l’ipotesi, rivelatasi fondata, che sessantasei milioni di anni fa un asteroide avesse colpito il nostro pianeta, sollevando una gigantesca nube di polvere incandescente che si diffuse su tutto il globo e causò la scomparsa di molte specie viventi, primi fra tutti i dinosauri, e plasmando la Terra che oggi abitiamo.

© Masiar Pasquali
Ecco, dunque, che D’Agostin
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