Il volto di Ingeborg Bachmann (1926-1973) somiglia ai suoi versi. È troppo pronunciato per essere bello, e troppo intenso perché si possa dimenticarlo. «La Callas è grande, è umana, ed è estranea a questo mondo fatto solo di mediocrità e di perfezione» ha detto la scrittrice della cantante; e forse è giusto ripeterlo per lei. 

Qualcosa di abnorme, nella storia di Bachmann, si trova subito. È come l’eccesso di vitalità che affiora da un mondo di zombie. Il successo di questa ragazza della campagna carinziana, intrappolata tra le vecchie province di Austria, Slovenia e Italia, è precoce e sonante. Dal coro anonimo della «giovinezza in una città austriaca», che occupa un suo noto racconto su Klagenfurt, si stacca una ventenne che a inizio anni Cinquanta ottiene gli onori del Gruppo 47 e le copertine dei settimanali, e che tra il 1953 e il ’56, con le raccolte Il tempo dilazionato e Invocazione all’Orsa Maggiore, si stabilisce sicura nel canone della poesia tedesca del Novecento. Bachmann si lega allora brevemente a Paul Celan, le cui citazioni correranno sempre sottopelle nei suoi discorsi letterari, e al musicista Hans Werner Henze. Conosce l’Italia dove sceglierà di vivere, la Ischia ancora un po’ selvatica di Auden. Illustra al pubblico colto la filosofia dell’ancora semisconosciuto Wittgenstein. Scrive drammi e saggi per la radio.  

Comporre equivale per lei a proiettare sulla pagina un’aggrovigliata foresta mentale e sentimentale, a escogitare incastri a un tempo sofisticati e grezzi, a scandire ritmi che si rivoltano contro sé stessi

Bachmann si esprime in molti modi: ma non si disperde,

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