Michele Mari ha vinto l’ottantesima edizione del premio Strega con I convitati di pietra. A lungo è stato il favorito dai pronostici, poi all’improvviso – dopo la nota lite del pulmino – non lo è stato più; c’è chi ha fatto pressione per estrometterlo dalla competizione (eventualità senza precedenti nella storia dell’istituzione), in molti lo hanno dato in ogni caso per spacciato causa danno di immagine. Considerata la natura della polemica, legata al tentativo di rovinare sul piano morale il candidato più accreditato sul piano letterario, è facile immaginare che oggi non pochi osservatori saranno tentati di commentare il successo di Mari come la fine simbolica di un modo molto contemporaneo di valutare l’arte in termini morali o moralistici, privilegiando l’immagine pubblica e politica dello scrittore rispetto alla qualità e alla ricchezza della sua opera. Personalmente non la penso in questo modo. Non solo in Italia,

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