Sono tutt’uno con la sedia, un pezzo dell’arredamento, pensa Giada. Sta fissando la parete di fronte, legge le scritte di emergenza, non può fare a meno di guardare alla sua sinistra. Perché l’ha fatto, le chiederanno. Avevo già visto tutto quello che avevo di fronte, da lato. Si passavano forbici, bende. Altri controllavano nei monitor. Giada riusciva solo a pensare a quanto fosse brutta. Umiliata dalla cuffietta verde periclitante, il camice giallo di carta e le coperte militari avvoltolate malamente alle spalle. No, il reggiseno no: lo tengo finché non cominciate. Le avevano incollato le placche, gli elettrodi sulla pelle secca di digiuno (“neanche l’acqua”). Nel frattempo la sorda compagnia delle pareti e del pavimento, incartata come una caramella Rossana (avrebbe detto anche questo alla dottoressa, che ne avrebbe riso. Poi). Non voglio più farlo questo esame, a cosa serve. Ai medici non interessa come la pensi, interessa che tu decida. Devi firmare, se firmi te ne vai: ma poi se cambia idea dovrà seguire un altro iter, non la prendiamo più in carico. Sembra un ricatto, ma non è il tipo: è gentile, ha il rimmel e anche l’eyeliner, la sua, di cuffietta, è una bandana con gli animaletti, non è mai stata una Rossana per ore davanti al pannello dei comandi elettrici o chissà. Ha un senso, che sia rimasta immobilizzata in anticamera? Non lo avevamo previsto. Giada non pensa a sé, pensa agli inermi carenti di risorse soprattutto emotive. Ma lei le ha? Prima ancora che l’esame cominci, e che il farmaco scorra nella cannula, non vuole più trattenere i singhiozzi, li lascia andare per sorprenderli e vuoi mai scuoterli, e un po’ lo sono. Chiedono, capiscono, proseguono. Prova a pensare a Dante, ai corpi martoriati, or ti dirò perché i son tal vicino. Aveva letto, chissà quando e dove, che la vera condanna di quei corpi è la loro indeperibilità: frustati, arrostiti, ghiacciati ricorsivamente, eternamente disponibili al castigo. Ma com’era cominciata?
Giada ha detto al dottor S che bisognava sistemarla prima dei social, questa faccenda dell’accasarsi. Adesso è impossibile, siamo subito pronti al rimpiazzo, all’evasione, all’infedeltà. Il dottor S. le ha dato ragione. Le ha prestato il libro coi casi clinici, ha confuso Lucy R. con Katherine, e poi le ha detto: ho sbagliato il nome, ma lei non è stata perspicace.
Giada in ospedale ci va da sola, si sente eroica anche se deve solo tirarsi il sangue. Basta non guardare gli aghi e farsi un minimo proteggere, compatire da chiunque ne sia accidentalmente in grado. Pochi, davvero pochi, specie quando non paghi. La sporcizia è ovunque, o è solo fatiscenza. Tutto sembra sul punto di aprirsi, crepare. Che cos’è un corpo che non va. Basta indagare. Chi cerca trova, dice il giovane apprendista con l’inflessione del mare del sole e del vento rappresa ai contorni di un ovale consueto, senza un capello a presidiare la calotta. Che cosa gli sarà successo, sono i geni, probabilmente. A qualcuno promettono il diabete, ad altri la calvizie nella fattispecie oramai compiutamente ostesa mentre si vanta di non leggere, lui, perché gli sembrerebbe di rubare tempo allo studio e si deve ancora specializzare. Specializzare nel trovare qualcosa a chi cerca, o nel cliché? I piedi sporgono dalla sedia coi calzari XXL, la caposala leva la cuffietta con uno scippo: un dispetto più che una premura. Quante donne che conosce sono morte nell’ultimo anno, Anna, Angela, Tilli. Quante si sono ammalate. Quante hanno postato le diagnosi, i referti, le cicatrici sui social. Anche ammalarsi era meglio prima, dovrà dire al dottor S. Nessun imbarazzo nello sharing, e guarda come sono vulnerata, metti like.

L’ultima volta con T era in hotel. Avevano preso quest’abitudine perché nessuno dei due disponeva di una casa fruibile. Quella di Giada era infestata dal fantasma dell’amore passato, quella di T squatterata dai genzì amici dei figli. Avrebbero dovuto farsi largo tra iqos e appunti universitari sparsi in ogni anfratto, così T decideva d’arbitrio di prenotare, passava a prenderla parlando d’altro come vecchi amici, entravano in camera e la spogliava senza preliminari, aliti o altri cominciamenti. Quando arrivava il momento della fame ordinavano, dalla reception venivano alla porta col cibo, lei faceva per coprirsi, lui le intimava di restare immobile, sempre nuda, quando sei con me. Questa frase l’aveva tormentata per settimane, provava a darsi piacere ma tirava il collo indietro ed era tutto, come la stenodattilo della poesia. T non l’aveva più cercata. Era partita la ridda delle ipotesi, magari sì, ci trovavamo di fronte a un uomo superficiale, ammetteva il dottor S, e però, lei Giada, se non li allontana li castra. Ma possibile che fosse sempre colpa sua? Il dottor S si rifiutava di pensare ai fatti umani in relazione ai principi superiori che li agivano e sperperavano: era tutto nella scena primaria, lo dicevano pure i casi che le aveva dato da leggere, non importava se di Lucy o di Katherine. Non c’era verso di ricomprendersi se non nelle creature eternamente postfetali, in balia dell’oppressione genitoriale, oppressione desiderante, si capisce.
Giada deve decidere se chiamare T oppure no, se fare l’esame o non farlo. Ci sono di questi bivi che cambieranno l’orizzonte degli eventi, è sempre sapere o non sapere e chi cerca trova, alla fine. Quanto è meglio starsene in quel limbo di rossane intorcinate a un possibile appiglio, chiedere in prestito un telefono, un giornale. La rapita aveva raccontato di aver superato il tempo vuoto della prigionia leggendo gli ingredienti della pasta. Ha la nausea, il farmaco lo fa. Questa eterna premura per i pezzi da saturare nell’intanto, ripararli previe lunghissime anticamere dove si può solo oscillare tra impulso di fuga (passare da vigliacchi) e fierezza dell’avambraccio forato (condannarsi): ogni livido nuovo è una tacca in più sul cammino virtuoso di nostra madre diagnosi.
A insinuare il dubbio era stata A: sicuro non abbia un’altra? Le depilava le ascelle con metodica noncuranza, dove non arrivava a eradere con la striscia imbevuta di bollente pastrocchio rosa, tirava con la pinzetta proditoria. Non mi piace che crescano diversi, non farlo: doveva raccomandarglielo tutte le volte, era una ragazza in litote poco sveglia, le raccontava di convivenze con facchini o sapeva lei: come poteva ascoltarla mentre strappava, insieme al pelo, lembi di carne arrostiti e prurulenti fino all’indomani se bene andava. L’altra è diventata l’assillo: ne cercava le tracce sui profili, combinava indizi, allestiva collatio caption, like tattici, storie. Aveva un metodo per guardarle senza essere scoperta, il detecting dei social che si chiama lurkare. T è un uomo che non le piace. Cosa ne parliamo a fare, dice il dottor S, se lo disprezza. Ha detto che vuole la pace solo chi ha motivi peggiori delle guerre, da qualche parte. Lo ha detto a voce alta, ma dove? Non se lo ricorda. T stesso è un ricordo confuso, rappezzato dalla gelosia. Solo chi non ha letto Proust può pensare di amare senza pungolo. Interrogarsi sull’amore è delle piccole donne o dei grandi scrittori. Forse ha un’altra. Saperlo non saperlo: diagnosi infausta o prognosi riservata.

Li pensa mentre vanno in spiaggia, lui pianta l’ombrellone, lei sta in silenzio perché qualunque comunicazione è funzionale o conflittuale, tra loro. Sua madre ha più potere, sembra sapere esattamente come vadano fatte le cose, tutto, dalla vita intima alla socialità. Ha le amicizie del mare, chiacchiera, fa domande mai indiscrete, quelle utili a intavolare. Il padre fa i cruciverba e i sudoku, aggiusta le cose, è per i rimedi provvisori ma efficaci: se ha bisogno di assistenza non chiama al telefono, ci va. La lasciano da sola con preoccupazione, il posto è isolato. Alterna lo studio con quel po’ di sole davanti alla casetta. Davvero si riesce a stare con qualcuno senza parlare? Padre-soccorritore: il ruolo è sorreggere il braccio. Madre-accollo: presenziare agli eventi mondani. Ha il volto corrucciato, lui invece sorride, soprattutto agli estranei. Vivono affogati in dei silenzi che sembrano carichi di preoccupazioni gigantesche, macigni pronti a franare su un pomeriggio qualunque. Quello in cui si decide a seguirli, ad esempio. Le chiedono tutto il tempo di togliersi il vestito, ma non se ne parla. La pelle esposta la imbarazza, è già vecchia, gialla, piena di macchie. Di anno in anno pensa che il successivo sarà lì con un fidanzato. Le figlie delle madri amiche hanno nomi che invidia, Azzurra, Gioia, Floriana. Anche Giada, in teoria, è un bel nome, ma non le calza. Raccontano di quando in viaggio di nozze la lasciò sulla ruota panoramica da sola. Ma in che senso, da sola? E in che senso, sulla ruota? Era seriamente in dubbio che la madre ci fosse mai salita senza accompagnatore padre (funzione: sorreggere). Era una cosa che dicevano, ma nessuno poi faceva domande specifiche, volte all’accertamento dei fatti. Il padre se n’era andato, di sicuro per un litigio, e perché la madre era sempre scontenta, pesante. Rimandava il piacere come si rimanda un’incombenza: domani, c’era sempre un domani. Presero a ballarle i denti, si doveva procedere all’impianto, ma non ce ne fu il tempo, perché era arrivato anche il resto. Il macigno vero, la montagna dietro cui non è che luca, che non è un nome comune di maschio ma un mezzo verso di Dante. Il padre torna a casa da solo, si prepara i naselli tagliuzzando con le dita sporche di nicotina prezzemolo e i pomodorini. Giada pensa che dovrebbe limitarsi a bollire del cibo purchessia, mentre mamma è in ospedale. Perché non lo hai mai fatto prima, gli domanda. Non volevo si abituasse.
Ha il braccio penzoloni dal letto, il silenzio delle cinque la addormenta più dell’effetto a lungo rilascio del farmaco. Dopo la notte di tregenda, il piscio, la merda che ha sommerso il water (effetto del bario). Finalmente sola. Sola, stanca, tranquilla. La triade ideale. Dorme. Dorme bene, come solo si riesce con la chimica. Ha i capelli rossastri senza cuffia e le scuote il braccio: deve prenderle i parametri. La guarda, non mette a fuoco il volto, perché un volto non ce l’ha veramente. È un’emissaria del male: il male che ha i connotati della spinta, della forza soverchia per portarla via dal suo posto amniotico, dalla finalmente pace. Chi cerca trova, pensa, e poi lasciami in pace stronza, mentre piega il braccio e la asseconda, se lo può solo litaniare da stesa, inerme, zitta. Come la sedia del dottor S, senza una gamba, sta in piedi comunque. Non sta lavorando bene, le dice aprendo la porta, è troppo presa dalla ricerca di qualcosa che le renda dolore. Dolore in cambio di dolore, bella trovata.