Gli anni in cui il cinema americano si accorse dei rischi della tv, e soprattutto del pericoloso intreccio tra il nuovo mezzo e la politica, erano gli stessi in cui la tv in fondo lo stava salvando. Un volto nella folla (1957) di Elia Kazan mostrava un cantante country che diventa popolarissimo alla radio a causa delle sue opinioni da uomo della strada. Passa alla tv, e di lì alla politica: il sistema lo tritura, lo rende inumano e infine lo sputa via. Nel pieno del maccartismo, frattanto, i network allevavano una nuova leva di registi, il meglio del futuro cinema americano: da Robert Altman a John Frankenheimer, da Sidney Lumet a Pollack. Era la stagione del teleplay, gli originali televisivi che rivelarono una nuova generazione di drammaturghi, da Rod Serling a Paddy Chayefsky. Una ventina d’anni dopo proprio quest’ultimo, in una sorta di palinodia, scriverà uno dei più celebri film antitelevisivi di Hollywood, Network (in italiano Quinto potere), diretto da un altro autore di quella golden age, Lumet. Nel film Peter Finch, anchorman in crisi di ascolti, annuncia che si ucciderà in diretta: la spettacolarizzazione del quotidiano ha già raggiunto una fase ulteriore.
Erano gli anni in cui, nell’Italia dei due canali tv in bianco e nero, le notizie dall’America parevano provenire da un luogo inimmaginabile, barbaro, che nulla aveva a che vedere con noi: programmi che avevano i nomi degli sponsor, annunci pubblicitari inseriti in mezzo ai film… Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti