Docente di Criminologia all’Università di Milano-Bicocca, Adolfo Ceretti è tra i maggiori studiosi italiani di giustizia riparativa, il percorso grazie al quale, con la mediazione di un terzo, chi ha commesso un reato e chi lo ha subito arrivano a parlarsi. In Per una pace possibile (Feltrinelli, 2026), scritto con Roberto Cornelli, Ceretti porta questo sguardo sulla guerra. Gli abbiamo parlato alla vigilia del Festival della Mente di Sarzana, dov’è intervenuto l’altro ieri.
Ogni guerra lascia scorie: nel vostro libro, per esempio, si racconta di Olga, ucraina, a cui il marito, tornato dal fronte, ha messo in mano una granata. Cosa significa quindi riparare, quando quasi sempre ciò che è rotto non tornerà com’era?
La violenza dei combattenti ha pesanti ricadute anche dopo la cessazione dei conflitti armati. Diverse ricerche criminologiche si sono concentrate sui disturbi post-traumatici da stress e su altre patologie correlate all’esposizione continua o al coinvolgimento diretto in uccisioni e atrocità. Tra le conseguenze meno presenti nell’agenda politica, ma oggi sempre più documentate, vanno citate le violenze domestiche, soprattutto di genere, che sono in stretta connessione con ciò che avviene al fronte. È appunto la storia di Olga, da lei citata, e della trasformazione di un uomo mite, suo marito, in un uomo violento anche dentro alle mura domestiche, perseguitato dai suoi fantasmi nati “al fronte”. Nel nostro libro Cornelli e io ci impegniamo a ragionare sul fatto che parlare di pace significhi anche – se non soprattutto – arrivare a considerare che chi scrive gli accordi non può non considerare che le riparazioni dei danni di guerra non devono limitarsi a compensazioni economiche o materiali che gli Stati sconfitti pagano ai vincitori. La parola “pace” assume per noi una dimensione altra rispetto a quella che Emmanuel Lévinas definisce “pace ontologica”, ovvero quell’equilibrio precario che si raggiunge solo in forza di una soddisfacente distribuzione dell’interesse di ciascuno rispetto a ciò che avrebbe potuto ottenere dalla guerra. In questa visione l’Altro, lo sconfitto, viene incontrato a partire da sé, in un continuo sforzo di assimilazione. Ed è per questo motivo che non si potrà mai arrivare a prendere in carico, riparare, le sofferenze psichiche del marito di Olga, laddove riparare non significa riduttivamente controbilanciare in termini economici il danno cagionato. Realizzabile tramite azioni positive, infatti, la riparazione ha una valenza profonda e, soprattutto, uno spessore etico che la rende ben più complessa del mero risarcimento. Essa è da intendersi come un’attivazione che assume l’irreparabilità intrinseca di ogni gesto di ingiustizia (di per sé ineliminabile) e rilancia, al contempo, la possibilità di progettare un agire responsabile per il futuro.
Per uscire dalla logica della guerra lei e Cornelli evocate il concetto di “terzietà”. Può spiegare di cosa si tratta?
Per rispondere ricorro a un esempio molto concreto. Come molti ricorderanno, il rischio che in Sudafrica scoppiasse una guerra civile dopo la fine Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti