Mentre ci addentriamo riluttanti ma senza troppe alternative nella Nuova Era Oscura, esposti a shock cognitivi e due minuti d’odio ogni volta che ci azzardiamo a sbirciare uno schermo qualsiasi, potremmo finire per chiederci se non avremmo fatto meglio a leggere più fantascienza quando eravamo giovani. In fondo non aveva forse ragione lo Stupefacente Criswell quando ci diceva che dovevamo interessarci del futuro perché “è lì che passeremo il resto delle nostre vite”?
Visto che fino ai trent’anni ho letto praticamente solo fantascienza (e storia) sento di poter rispondere: sì e no.
I fan del genere, un gruppo in cui non mi identifico più ma per il quale provo ancora una certa simpatia nostalgica, su questo punto sono tipicamente disonesti: quando una storia di fantascienza ha previsto o sembra aver previsto un evento o uno sviluppo futuro la portano a esempio dell’incredibile importanza del genere e, conseguentemente, di quanto i suoi lettori siano tanto più intelligenti e consapevoli dei lettori di altri generi, specie l’odiato “mainstream”; quando gli si fa notare come una storia abbia mancato il punto di qualche chilometro ti rispondono che non conta, quel che conta è se funziona come storia, dato che in fondo è arte o intrattenimento e non profezia, le profezie, ti dicono, lasciamole a Nostradamus.
Una delle più clamorose buche della fantascienza fu Internet. Ci sono temi che fanno parte dell’ipertesto SF da tempo immemorabile: per esempio, i primi uomini artificiali, come il Talos descritto da Apollonio di Rodi, precedono di più di duemila anni sia il Frankenstein di Mary Shelley che i “robot” di Karel Čapek, e il topos non accenna a esaurirsi, grazie anche ai nuovi sviluppi nell’Intelligenza Artificiale. In compenso la fantascienza di “genere”, che nasce con Wells e Verne, notoriamente ha speso e spende ancora le sue migliori energie creative ed emotive nella conquista dello spazio, tanto da giustificare la popolare riduzione del genere a “razzi e marziani”. Un gigantesco sforzo creativo che ha mobilitato immense energie nel mondo reale per risultati favolosamente modesti: sulla Luna non c’è niente e le stelle sono lontane quasi esattamente come un secolo fa, e tutto il tema navi spaziali e alieni è ormai più affine al fantasy che alla science fiction.
I computer erano entrati nel testo condiviso del genere dopo la Seconda guerra mondiale. Il modello era MANIAC I, quindi un macchinario destinato a scienziati e decisori politici, e decisamente massiccio, tanto che agli scrittori piaceva immaginarlo sempre più grande, come un palazzo, una montagna, un pianeta, un’intera galassia. Tecnologicamente più o meno realistico, il computer serviva innanzitutto a governare sistemi complessi e a rispondere a domande, da cui la ricorrente fantasia di una società dominata dai computer e perciò perfettamente funzionante ma che ci toglieva la libertà, che in effetti fa una certa tenerezza di fronte alla prospettiva di una società sempre dominata dai computer e senza libertà ma dove non funziona più niente. Altro tema sempre popolare è l’autocoscienza del computer, che impazzisce e vuole dominare il mondo o sostituire gli inefficienti umani con efficienti macchine – ma non mi dire…
Ma un iperoggetto come la Rete, con i suoi terminali infiniti, aziendali, casalinghi e portatili, questa mappa 1:1 del mondo in cui miliardi di uomini e donne passano il tempo a diventare i canali televisivi di sé stessi, a litigare con perfetti sconosciuti, a postare foto di carbonare e video di gattini e a comprare cose al solo scopo di filmarle e poi rimandarle indietro – l’elenco è infinito –, questa cosa che dopo il potere culturale ed economico pare aver conquistato anche il potere politico, no, non l’aveva prevista proprio nessuno fra i grandi della fantascienza (ma neppure fra i piccoli), tranne rarissime eccezioni che si possono contare sulle dita di una mano.
Nel numero di marzo del 1946 di «Astounding Science Fiction», la rivista allora più importante del settore, esce un breve racconto intitolato “A logic named Joe” che toglie letteralmente il fiato tanto è preveggente
Una di queste fu Will F. Jenkins. Meglio noto come Murray Leinster (sulle bancarelle trovate facilmente i suoi vecchi Urania – L’uomo che vedeva gli atomi, Il pianeta dimenticato, Questo è un Gizmo etc.), Jenkins era il classico scrittore pulp che produceva quel che voleva il mercato – gialli, western, guerra ecc. – e non divenne mai uno dei classici: un autore di space opera competenti ma nulla di più.
Se non fosse che nel numero di marzo del 1946 di «Astounding Science Fiction», la rivista allora più importante del settore, esce un suo breve racconto intitolato A logic named Joe che toglie letteralmente il fiato tanto è preveggente, ancor più considerato che il tema era allora, come dicevamo, sostanzialmente inesistente. In pratica Jenkins descrive Internet e i suoi problemi e Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti