Deduco da una frase del Vangelo/ che è meglio un imbianchino di Le Corbusier
(Franco Battiato, Magic Shop)
1.
Qualcuno forse lo ricorderà: ai tempi del Covid, in pieno lockdown, Michela Murgia e Chiara Valerio animarono un format di dialoghi su YouTube dal titolo Buon vicinato. Memorabile la puntata che, introdotta da una lunga tirata su quanto è meraviglioso Mozart, finiva col soppesare pro e contro delle canzoni di Franco Battiato. Valerio ne parlava benissimo («un intellettuale col sintetizzatore, ha collaborato con Fleur Jaeggy»), Murgia malissimo («un finto intellettuale, fa canzoni che non si capiscono»). La polarizzazione dei pareri era voluta, e tipica di quel ciclo, anzi tipica di tutto ciò che è pensato per la rete e quindi caratterizzato da opinioni idiosincratiche e giudizi senza sfumature – nel caso specifico, giudizi non particolarmente informati su Battiato, né su Mozart (sì invece su Fleur Jaeggy), ma comunque perfetti per provocare reazioni, suscitare discussioni e alimentare polemiche. Cosa che del resto è puntualmente successa. Ma qui ci interessa che quell’episodio, senza farlo apposta, funzionava come esempio concreto dei due modi più diffusi con cui gli intellettuali italiani affrontano la cultura pop. O tenendola a distanza, con enfatiche difese della tradizione più indiscutibile (magari in una sua versione “attualizzata”, e sterilizzata); oppure esaltandola a prescindere, riscoprendo e glorificando novità non di rado mediocri con atteggiamento da idolatri – o da piccoli fan. Senza dimenticare un terzo modo, diffuso soprattutto all’università (dove, a differenza che in rete, spaventa soprattutto il rischio di passare per ingenui): quello per cui si parla di cultura pop, percepita comunemente come bassa, “tagliandola” con la cultura tradizionale, sentita come alta. Usando insomma l’alto per nobilitare il basso e il basso per svecchiare l’alto – intellettualizzando il pop mentre si poppizza l’arte di maggiore ambizione formale. Piccoli Eco sono cresciuti, e crescono, e cresceranno ancora.
Labranca non glorifica e non liquida, non solleva e non abbassa; come suo solito valuta il pop iuxta propria principia, con intelligenza, competenza e ironia
Quella vecchia discussione in rete su Battiato mi è tornata in mente questa estate leggendo Dal pop al popolo, la corposa antologia di scritti di Tommaso Labranca che Claudio Giunta ha meritoriamente allestito per Mondadori, rendendo di nuovo accessibili ai lettori saggi, poesie e racconti diventati ormai introvabili, e comunque poco letti anche quando uscirono – tra la metà degli anni Novanta e la metà degli anni Dieci. Mi è tornata in mente per tre motivi. Primo, perché in Andy Warhol era un coatto, suo libro d’esordio, Labranca ricorda un inchiesta del «Venerdì» di «Repubblica» sugli intellettuali e il Festival di Sanremo di inizio anni Novanta («Mi è rimasta impressa nella memoria, a lettere di fuoco, la risposta di tale Lidia Ravera che, per fare la colta kitsch, disse di disprezzare le canzoni e di ascoltare solo Mozart e Beethoven. Mozart e Beethoven, ripeto. Non Ligeti o Xenakis. Ma Mozart e Beethoven»). Secondo, perché in chiusura di Estasi del pecoreccio, il suo secondo libro, Labranca si sofferma proprio sui libri di Fleur Jaeggy («regina della incomprensibilità che nasconde vuotezza») nella lettera a Roberto Calasso intitolata Come si diventa Fiorello. Terzo, e soprattutto, perché proprio alle canzoni di Battiato Labranca dedica una lunga e intelligente analisi all’interno del suo terzo libro, Chaltron Hescon, l’unico pubblicato con una grande casa editrice (doveva essere, pare, Feltrinelli; poi subentrò Einaudi Stile libero, che peraltro pretese tagli e cambiamenti strutturali e non fece molto per diffonderlo). Labranca non glorifica e non liquida, non solleva e non abbassa; come suo solito valuta il pop iuxta propria principia, con intelligenza, competenza e ironia, arrivando alla conclusione che in effetti non c’è un solo Battiato, ma almeno due. Uno magari divertente, però massimalista e culturalmente cialtrone (quello, per esempio, di Prospettiva Nevskij, «Un giorno sulla prospettiva Nevskij, /per caso vi incontrai Igor Stravinskij»; o quello di AlexanderPlatz , «con il suo carico di soffitte berlinesi, freddi berlinesi, teatri berlinesi, prostitute berlinesi che si chiamano invariabilmente Marlene»). L’altro creativo, leggero, non didascalico, non cialtrone (quello, per esempio, di Goûtez et comparez, o, aggiungo io, della Torre). Una posizione che coi suoi distinguo magari potrà sembrare snob a qualcuno («Comunque non sono snob», precisava Labranca, «lo snob finge. Io sono sfigato sul serio»). Ma chi conosce davvero Battiato sa che naturalmente ha ragione Labranca.
Del resto, lo nota Giunta nell’introduzione, leggendo Dal pop al popolo si può verificare che Labranca ha ragione quasi sempre. Pur essendo stato culturalmente molto eclettico – ha scritto d’arte, di musica, di cinema, di design, di letteratura, frequentando forme saggistiche, narrative e liriche – parlava solo di ciò che conosceva, e non si preoccupava delle reazioni del suo pubblico. Cose che oggi ci sembrano esotiche, aliene, quasi inconcepibili.
2.
Un buon esempio di come lavorava Labranca – la sua intelligenza, la sua chiarezza, la sua capacità di cogliere il non detto e quindi di capire i livelli profondi di un fenomeno estetico – si trova in Estasi del pecoreccio, nelle pagine dedicate a Sei un mito, degli 833.
Tappetini nuovi, arbre magique,/ deodorante appena preso che fa molto chic/ Appuntamento alle nove e mezzo, ma io/ per non far tardi forse ho cannato da Dio/ alle nove sono già sotto casa tua
Il nucleo vero di quella canzone, suggerisce Labranca, non è costituito dalla storia d’amore tra i due («Anche se soltanto per una sera appena»), ciò che il testo esplicitamente racconta; ma dalla differenza di classe sociale tra lui e lei, che è del tutto implicito, e forse oscuro all’autore stesso del testo. Ciò che lo rende commovente. Lei è per lui fin dall’inizio e dichiaratamente un mito – come tutti i miti piena di assoluto: abita in una dimensione della realtà superiore e mai vista della realtà (letteralmente mai vista, quindi mai esperita: un body a balconcino che ti tiene su/ un seno che così non si era mai visto prima). Lui invece è implicitamente di estrazione inferiore, popolare o piccolissimo borghese: in macchina ha l’arbre magique (alla sua prima e direi unica attestazione nella lingua della nostra canzone), ha comprato i tappetini nuovi per fare bella figura con l’auto, si premura di arrivare in anticipo all’appuntamento (mentre Grace Jones arriva agli appuntamenti con tre ore di ritardo e tutti restano comunque ad aspettarla, quando Fantozzi va al Casinò di Montecarlo col duca conte Semenzana arriva in stazione alle 4 anche se il treno parte alle 11; così Labranca, per darci l’idea).
Labranca era bravissimo a cogliere il rimosso del pop, a interpretarlo secondo categorie adeguate, a mettere in contatto l’inconscio politico dei fenomeni estetici con la cruda realtà sociale
Lo scarto sociale resta inespresso durante l’appuntamento vero e proprio, ma riesplode proprio nel momento decisivo, quello del successo – inatteso – della seduzione:
Quasi esplodo quando mi dici «Dai,/ vieni su da me che tanto non ci sono i miei»
«Mentre i genitori dei proletari (di noi proletari, concedetemi) non escono mai o, se lo fanno, si spostano su raggi brevissimi, il supermercato, il bar, l’appartamento dei vicini, e passano le loro serate dormendo o guardando la tv, i genitori di lei, a questo punto inconfutabilmente ricchi, hanno una vita mondana più intensa. Dove saranno andati la sera degli eventi qui narrati? A teatro, forse. A cena con colleghi dirigenti. Oppure (molto probabilmente siamo durante un fine settimana) nella loro villa di Fin Murnasc (in italiano Fino Mornasco) o in Liguria». Il che è giustissimo.
Io mi fermo a prendere una bottiglia perché/ voglio festeggiare questa figata con te
L’acquisto della bottiglia, in sé superfluo, è un’altra spia della differenza di classe. Se lui non appartenesse a una classe sociale inferiore avrebbe saputo che in casa di lei sicuramente lo aspettavano «brandy vecchissima riserva, champagne d’annata e raffinatissime chartreuses»; altro che questo spumantino col tappo di plastica, che, aperto ma non consumato, persino i filippini che puliscono casa di lei si asterranno dal toccare il mattino dopo. In perfetta buona fede, l’acquirente dello spumantino crede di evitare a lei la brutta figura che lui avrebbe fatto al suo posto – perché è suo, e solo suo, lo sguarnito armadietto dei liquori che contiene al massimo due bottiglie – «una smezzata di nocino e una intatta di Amaretto di Caronno» (e qui Labranca si concede una nota in calce da vero esperto di trash inteso come emulazione fallita: dal momento che Caronno Pertusella è un comune lombardo che si trova a soli cinque chilometri dal più celebre Saronno, va considerata altamente probabile l’esistenza nell’universo dell’Amaretto di Caronno – «o comunque la sua comparsa a breve scadenza»).
E’ incredibile abbracciati noi due/ Un ragazzo e una ragazza senza paranoie,/ senza dirci io ti amo, io ti sposerei…
Il vertice dell’idilio è anche, per Labranca, quello della suprema illusione, il vero e proprio blocco psicologico che impedisce al personaggio maschile di porsi la domanda cruciale: perché il mito non gli chiede di sposarla? Non certo perché lei sia priva di «paranoie», ma perché è ricca e raffinata, e lui no. «Promessa da tempo al figlio di un industriale (spesso in viaggio col padre per lavoro)», lei inganna il tempo con «ex compagni di classe (scolastica) sempre inferiori come classe (sociale)»; gente come lui, insomma, «che deve ancora pagare le rate dell’auto e che lavora come apprendista per un’impresa di impianti telefonici». Nel contesto estetico e antropologico del barocco brianzolo, le classi sociali possono all’apparenza avvicinarsi, ma non si compenetrano, né scompaiono. E a dire il vero, non solo nel barocco brianzolo.
Come si vede, Labranca era bravissimo a cogliere il rimosso del pop, a interpretarlo secondo categorie adeguate, a mettere in contatto l’inconscio politico dei fenomeni estetici con la cruda realtà sociale, e a criticare l’uno e l’altra in modo credibile. Un po’ come capita nello struggente paragrafo di Neoproletariato in cui il narratore verifica che la parca spesa fatta al discount di periferia da una giovane e tenera coppia neoproletaria con bebé – povera ma piena di dignità nello scegliere i prodotti più economici: «mi consolavo pensando che per fortuna vi erano ancora proletari veri, che vivevano a fatica, ma resistevano e sognavano un giorno la rivalsa di un luccicante ipermercato» – ebbene quella spesa così parsimoniosa serve solo a risparmiare i soldi necessari a pagare le rate mensili della lussuosa Audi A4 Avant che aspetta la coppia nel parcheggio. Una vettura «dall’aspetto spiccatamente sportivo che irradia potenza e un po’ di aggressività, ma al tempo stesso signorilità ed eleghanzia».
3.
Leggere o rileggere Labranca, a dieci anni dalla sua triste fine, fornisce spunti acutissimi sui tanti temi di cui si è occupato. Alcuni di ampia portata sociologica (il trash come vorrei ma non posso, le trasformazioni antropologiche del neoproletariato, quelle della nuova classe intellettuale disagiata); altri più legati alla sfera estetica (su certi momenti o personaggi della commedia all’italiana, della nostra televisione commerciale, della nostra canzone di consumo). Ma non è tutto: la parabola così peculiare di Labranca, il suo stile unico, la sua totale indipendenza e in definitiva la sua ghiacciata solitudine consentono di ripensare con un po’ di delusione la maniera con cui negli ultimi decenni la nostra cultura si è normalmente confrontata con le arti e la comunicazione di massa.
Sbrancato, in un ambiente attraversato e devastato da branchi: anche quando sbagliava, Labranca non era mai gregario
Nella sfera della comunicazione si sono imposte le opinioni forti, secche e rozze di soggetti a diverso titolo visibili, non particolarmente autorevoli o competenti, ma capaci di scatenare reazioni in grado di accrescere la propria stessa visibilità (senza darci granché in cambio: poche idee, nessuna analisi, molta confusione). Nel rapporto tra cultura e pop hanno funzionato soprattutto le idolatrie puerili, o al contrario le liquidazioni enfatiche, entrambe manifestate attraverso drammaturgie sommarie, chiassose, non di rado paracule, in qualche caso mitomani (vedi la parabola di Andrea Scanzi). Labranca non ha mai fatto niente di tutto questo. Innanzitutto perché non avrebbe mai recitato una parte in cui non credeva fino in fondo; poi perché detestava la banalità; infine, e soprattutto, perché il pop, e il popolo, li conosceva troppo bene, e li viveva con un senso di appartenza troppo viscerale per non cercare di dire sempre quella che a lui sembrava la verità – per quanto complicata, sgradevole e magari contraddittoria quella verità potesse essere. Apprendeva i fermenti sociali ed estetici di prima mano, senza superfetazioni culturalistiche: dopo il diploma da odontotecnico aveva frequentato una scuola per traduttori simultanei, dalla facoltà di Lettere era scappato dopo due lezioni; viveva a Pantigliate, nell’hinterland milanese, e i protagonisti del suo romanzo-saggio Haiducii sono i vicini di casa rumeni che incrociava tutti i giorni – basterebbero questi scarsi dati per cogliere al volo la sua alterità rispetto a tanti nostri intellettuali profughi di classe, affamati di riconoscimenti, pretesti (in senso proustiano) e pluscool (in senso labranchiano).
Sbrancato, in un ambiente attraversato e devastato da branchi: anche quando sbagliava, Labranca non era mai gregario. Forgiava da sé le categorie e i concetti di cui aveva bisogno, senza complessi, senza cautele, senza troppe bibliografie. Era molto colto, ma di una cultura non accademica, non autorizzata e non premasticata – ciò che gli ha permesso di nominare i fenomeni che gli interessavano senza ricorrere a gerghi o tecnicismi superflui – Giacomo Manzoli racconta di avergli regalato La distinzione di Bourdieu, salvo aggiungere «non credo l’abbia mai letto, e ha fatto benissimo». Figlio di un benzinaio e di una portinaia, le scienze sociali non le ha studiate all’università, le ha assorbite a pelle. In Estasi del pecoreccio medita sul paesaggio su cui affacciano i vetri del suo appartamento, centro pulsante di quella che chiamava la Maison Labranca, o anche l’ École de Pantigliate: «Spero che a questo punto nessuno mi chiederà più perché mi occupo di trash. Credo che tutto sia dipeso da ciò che ho sempre visto dalle mie finestre. Forse, se avessi avuto una vista sulle colline toscane o su una cupola borrominiana sarei diventato un esteta o uno storico dell’arte. Be’, meglio così».
Aveva anche, come si vede, un grande senso dell’umorismo (anche se con gli anni e con le delusioni sempre più infiltrato dal sarcasmo); qualità che gli ha permesso di scrivere pagine sempre brillanti, sottili e divertenti – forse troppo divertenti per essere prese sul serio dall’accademia, troppo brillanti per essere apprezzate da un pubblico vasto, troppo sottili per provocare reazioni diffuse. E a volte troppo aggressive per non suscitare antipatie. Recensendo su «Lucy» Dal pop al popolo Lorenzo Gramatica lamenta l’assenza dal volume di Una rubrica brutta e rozza, spassosissime e perfide recensioni («perfide ai limiti della querela») che Labranca scrisse per «Leggere» tra il ’95 e il ’96, prendendosela soprattutto con tuttologi televisivi, opinionisti dei grandi giornali e palloni gonfiati dell’università. Ma un conto è ammirare il coraggio di Labranca, un altro assumerselo in proprio: in pratica tuttologi, opinionisti e palloni gonfiati continuano a scrivere sulle riviste che dovrebbero in teoria stroncarli. Labranca no, lui – ricorda Giunta – ha saputo ridere soprattutto delle pose grottesche degli intellettuali: «era allergico alle loro crociate e ai loro manifesti in difesa della cultura; sapeva che la loro dedizione alle buone cause è quasi sempre retorica».
Labranca è stato rapidamente ostracizzato; anche per questo i suoi libri non si trovano più in giro da anni
Chiaramente, l’ha pagata. Accurato, profondo, malinconico – e alla fine disperato: Labranca non poteva funzionare nel circo della comunicazione, cartacea o digitale, che impone a tutti di sembrare più scemi e più ottimisti di quello che effettivamente sono. Originale, libero, incapace di intrupparsi (Il piccolo isolazionista è il titolo della sua splendida autobiografia): tantomeno poteva funzionare nell’organizzazione per bande dei nostri addetti alla cultura, dove vige la regola «cane non morde cane». Anche per questo, e non solo per il suo carattere difficile, dai mondi della comunicazione e della cultura Labranca è stato rapidamente ostracizzato; anche per questo i suoi libri non si trovano più in giro da anni. Il taglio antologico, per fortuna, gli si confà: con l’eccezione di Progetto Elvira e Il piccolo isolazionista, le sue opere sono poco organiche, vivono di frammenti riusciti e talvolta accecanti intervallati da qualche pausa, come certi film o libri, cosiddetti ‘di genere’, che tanto gli piacevano. Dal pop al popolo, che sceglie il meglio della sua produzione e copre soprattutto il primo decennio della sua carriera, permette da un lato di riscoprire quello che, nelle parole di Giunta, è stato il maggior critico delle arti di massa dell’ultimo mezzo secolo in Italia; dall’altro, gli rende finalmente giustizia, chiamando il lettore a un atteggiamento più vigile e più critico verso la cultura che lo circonda. «Up patriots to arms/ Engagez-vous/ la musica contemporanea/ mi butta giù».