«Sarei contro la pubblicità bieca della falsa motivazione, della falsa informazione; del “lava più bianco”. Contro tutto quello che sfrutta la stupidità del pubblico».
Sono parole di Armando Testa, uno dei più grandi pubblicitari italiani di sempre: e a vedere come si è evoluta la faccenda, in un certo senso il nostro eroe continua a essere uno degli esempi di resistenza a un certo tipo di prassi che ha ridotto il cervello dei consumatori all’uno per cento del suo utilizzo. Ed è proprio per questo che vale la pena vedere a Siena, al Palazzo delle Papesse, una mostra a lui dedicata: Armando Testa. Cucù Tetè, visitabile fino al 3 maggio, un modo unico per approcciarsi a un genio rivoluzionario del settore. Per capirla meglio ho intervistato Gemma Testa e Valentino Catricalà, i curatori della mostra.
Perché Armando Testa nel 2026?
G.T.: Perché, in un’epoca di sovrabbondanza visiva, le sue immagini continuano a sorprendere e a stimolare lo sguardo. Armando Testa ha sempre cercato di costruire segni forti e immediatamente riconoscibili, ma prima ancora che diventassero prodotti o campagne, li pensava come veri e propri “segni di energia”. La sintesi, per lui, era insieme metodo di pensiero e forma visiva. È anche per questo che il suo lavoro resta iconico e attuale. Testa è stato tra i primi creativi che oggi definiremmo multidisciplinari, capace di muoversi tra linguaggi e media diversi, anticipando nuove modalità espressive. Emblematici sono i personaggi senza gambe né braccia dei suoi Caroselli, come Caballero e Carmencita, entrati nell’immaginario collettivo. Riaprire oggi un dibattito sulla sua opera significa metterla in dialogo con la contemporaneità e con altri linguaggi visivi.
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V.C.: Non è stato solo un pubblicitario, è stato una figura fondamentale nel panorama culturale italiano, e direi anche europeo, del dopoguerra. E questo grazie al suo Questo contenuto è visibile ai soli iscritti
