Negli ultimi dieci anni Enrico Terrinoni si è affermato come uno dei più fini e importanti studiosi di James Joyce in Italia. A partire dalla sua traduzione dell’Ulysses per Newton Compton nel 2012 (rivista interamente per Bompiani nel 2021), da molti considerata la migliore disponibile in italiano, Terrinoni ha curato anche la versione italiana del Finnegans Wake, realizzata assieme a Fabio Pedone per Mondadori, fra il 2017e il 2019, e quella, molto innovativa, dei Dubliners, sempre con Pedone, uscita per il Saggiatore nel 2024. È inoltre presidente dalla James Joyce Italian Foundation.

Accanto alla meritoria opera di traduzione, per la quale ha vinto numerosi premi, e la docenza all’Università per Stranieri di Perugia, Terrinoni si è dedicato alla divulgazione joyciana, con una serie di saggi, fra cui citiamo almeno James Joyce e la fine del romanzo (Carocci, 2015), Su tutti i vivi e i morti. Joyce a Roma (Feltrinelli, 2022) e La vita dell’altro. Svevo, Joyce: un’amicizia geniale (Bompiani, 2023). In occasione del Bloomsday di quest’anno ho chiesto a Terrinoni di rispondere a qualche domanda sul “maledettissimo romanzaccione”, come lo chiamava il suo autore in italiano: un invito alla lettura dell’Ulysses per i titubanti; un’occasione di riscoperta per chi è già passato da quelle pagine e vuole rinnovare la sua meraviglia.

Quando ha letto per la prima volta James Joyce?

Alle superiori. Lessi la traduzione dell’Ulysses di Giulio De Angelis trovandola interessante, ma difficile. Nel 1990 avevo quindici anni e trovavo quell’italiano un po’ respingente. Col tempo ho letto tutto il resto e ho avuto la fortuna di laurearmi all’università di Giorgio Melchiori, il più grande joyciano d’Italia. Quando dissi che volevo continuare a studiare Joyce, da Roma 3 mi spedirono a Dublino. Così mi sono trovato a dirimere questo problema: perché l’Ulysses, che letto in inglese mi sembrava un testo così democratico, in italiano mi pareva invece da museo?

Se non sbaglio la proposta di tradurre l’Ulysses per le edizioni Newton Compton le è arrivata per caso.

È così. Io avevo appena finito il dottorato a Dublino, sotto la supervisione di Declan Kiberd, il curatore dell’edizione Penguin dell’Ulysses; avevo ventisette anni, avevo tradotto alcuni scrittori irlandesi, sì, ma sicuramente non mi aspettavo un incarico così importante. Ma la Newton Compton cercava esattamente questo: un traduttore giovane, per proporre una nuova lettura di Joyce in Italia. La traduzione precedente aveva già sessant’anni e le conoscenze sull’autore, in quel mezzo secolo, erano progredite immensamente.

Oggi le traduzioni italiane si sono moltiplicate. L’Ulysses si è finalmente democratizzato?

Sì, i numeri parlano chiaro. L’edizione Newton Compton ha avuto innumerevoli ristampe; la mia nuova traduzione per Bompiani è arrivata già alla quarta. E poi ci sono tutte le altre, che circolano tantissimo, quella di Gianni Celati, quella di Mario Biondi. Gli editori, come sa bene, non si buttano così facilmente: è evidente che l’Ulysses, oltre a essere un classico letterario, è diventato un long seller, un cavallo vincente su cui puntare. Quando ero studente e andavo a una conferenza su Joyce, incontravo solo joyciani; oggi le stesse sale sono piene di pubblico non specialista. Ma non è stato solo grazie al mio lavoro, ovviamente. Penso a tanti intellettuali, come Edoardo Camurri, Alessandro Bergonzoni, Vittorio Giacopini, Tommaso Ragno: hanno tutti contribuito a questo cataclisma joyciano.

“Bloom è normale, ma lo è nel senso in cui tutti noi siamo normali e straordinari al tempo stesso. Joyce si vantava di non aver mai incontrato una persona noiosa in vita sua”

Abbiamo citato Giorgio Melchiori, figura centrale della riscoperta di Joyce nel Dopoguerra. Perché c’è stato questo ritardo, in Italia? Colpa del Ventennio?

Sicuramente c’è stato un ritardo dovuto al Ventennio. Pensi che Joyce veniva definito “quel poeta irlandese ebreo che vive a Trieste”. E naturalmente era bandito tutto ciò che poteva vagamente assomigliare a un’indagine dell’inconscio.

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