Francesco Orlando (1934- 2010) è stato uno dei più importanti francesisti, comparatisti e teorici della letteratura italiani. Formatosi, insieme ad altri giovanissimi intellettuali palermitani dell’epoca, sotto il magistero anti-accademico di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, abbracciò poi la carriera degli studi e insegnò per quasi tutta la vita all’Università di Pisa. Molto stretto fu il suo rapporto con la Scuola Normale Superiore, dove ebbe il suo primo incarico di docenza. Tra gli ex normalisti che ebbero l’occasione di conoscerlo e la fortuna di beneficiare del suo insegnamento, a lezione nelle aule universitarie e in conversazioni private nello studio della sua casa sul lungarno, figurano i due fondatori di Snaporaz e alcuni tra i principali collaboratori della rivista. Snaporaz deve molto alla concezione, di ascendenza freudiana, che Orlando aveva della letteratura (ma la sua proposta teorica potrebbe applicarsi anche alle altre arti): un campo di tensione, o un terreno di compromesso, tra forze altrimenti irreconciliabili. Norma e trasgressione, ragione e irrazionalità, potere e sovversione: come aveva intuito Orlando, la letteratura (ma forse l’arte in genere) è il regno simbolico di un’ambivalenza liberatoria, dove, pagato un tributo formale all’ordine repressivo della civiltà, hanno diritto di cittadinanza anche le espressioni considerate più condannabili – via via nella Storia – della natura, del comportamento e del pensiero umani. Nulla è più lontano da questa concezione estetica della sensibilità culturale odierna, degradatasi a promozione commerciale di valori più o meno condivisi, in ogni caso edificanti, e facilmente spendibili. Proprio per questo il pensiero di Orlando è, paradossalmente, di grande attualità. In occasione della ristampa del principale testo teorico orlandiano, Per una teoria freudiana della letteratura (Quodlibet, 2026, a cura di cura di Luciano Pellegrini), il 5 marzo scorso ho chiesto a Guido Mazzoni, che ne ha firmato l’introduzione, di dialogare su questa paradossale attualità insieme a me, a Walter Siti, che di un Orlando appena trentenne fu tra i primi allievi, e a Massimo Fusillo, professore di letterature comparate e di critica letteraria alla Scuola Normale.
F.D.: Walter, credo che tu abbia vissuto da vicino, nel 1973, l’uscita di Per una teoria freudiana della letteratura. Cosa ne ricordi, come fu accolto il libro?
W.S.: In realtà ho vissuto più da vicino il libro sulla Fedra di Racine, un paio di anni prima, perché all’epoca abitavamo nella stessa casa. Poi, preso da uno dei miei scatti nevrastenici, me ne ero andato via da Pisa proprio mentre lui scriveva Per una teoria freudiana della letteratura. Per quanto riguarda l’accoglienza al libro, non mi sembra di ricordare che se ne parlò molto, nonostante la novità teorica che rappresentava. A me l’idea di mostrare che la letteratura può dire una cosa e il suo contrario, esprimere contenuti repressi e al tempo stesso negarli, parve uno di quei gesti semplici che però ribaltano il tavolo: una mossa teorica geniale. Ma l’impatto del libro non fu dirompente, non fu uno di quei libri che alla loro uscita fanno molto rumore. Credo che ebbe pochi lettori.
G.M.: L’elemento decisivo è proprio la scoperta che la letteratura è incentrata su una formazione di compromesso tra dei contenuti repressi e la loro negazione. La formazione di compromesso e il ritorno del represso sono due concetti che funzionano all’interno dell’antropologia filosofica che Freud elabora Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti