Come ha dimostrato Carlo Mollino (1905-1973), l’architettura di montagna non è una questione di tetti spioventi o di legno scuro che finge di essere antico, ma una faccenda più seria e più fragile, che riguarda il corpo, il rischio, il desiderio di stare in piedi in un luogo dove tutto tende a cadere o a scivolare via. Mollino guardava la montagna come si guarda una macchina complessa o un animale difficile da avvicinare: con rispetto, ma senza paura, sapendo che imitare non serve e che l’unica possibilità è rispondere con intelligenza e precisione, costruendo nello stesso modo di chi le montagne le ha sempre vissute.

Le sue architetture non cercano di rassicurare, non raccontano storie folkloristiche, non fanno finta di essere eterne; sono oggetti intensi, nervosi, a volte spigolosi, che accettano il vento, la neve e la pendenza come dati inevitabili e trasformano la tecnica in linguaggio, la struttura in racconto. In montagna Mollino non costruisce case, ma strumenti per abitare temporaneamente il mondo. Luoghi in cui fermarsi un attimo prima di ripartire; ed è forse per questo che parlare oggi di rifugi alpini significa necessariamente tornare a guardare il suo lavoro con grande attenzione, perché lì il tema dell’abitare minimo, concentrato ed essenziale diventa una riflessione sul rapporto tra l’uomo e il limite.

Il Rifugio Mollino, realizzato nel 2014 a Gressoney-Saint-Jean molti anni dopo la sua scomparsa,

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