Uno degli ospiti più singolari della mia libreria è un bel tomo dignitoso e graficamente elegante pubblicato negli Stati Uniti nel 1910. Si intitola In after days ed è un’antologia di dieci saggi curata da William Dean Howells, all’epoca padre nobile della letteratura americana, e che in qualche modo centra il suo tema, la vita dopo la morte, non nel senso di memoria ma nel preciso senso di sopravvivenza psichica dopo la morte fisica. Il tema era sentito come talmente importante da coinvolgere alcune delle firme più importanti della cultura statunitense del tempo, una galleria di accademici, ex ambasciatori, medici-filosofi e poetesse, tutti con la loro bella foto in posa ma oggi largamente dimenticati, proprio come lo stesso Howells, storicamente importante ma non più letto. Fra i nomi che spiccano ci sono T.W. Higginson, ricordato oggi solo come scopritore di Emily Dickinson, Guglielmo Ferrero, storico italiano all’epoca famosissimo e che aggiunge un tocco di esotismo mediterraneo al prevalente tono puritano, e soprattutto Henry James, un nome che a differenza degli altri è ancora vivo.
Il saggio di James si intitola, molto esplicitamente C’è vita dopo la morte? (del resto quello è il tono generale di In after days: La Grande Speranza, Oltre il velo…) ma smette di essere esplicito quasi subito. Scritto nella sua tarda maniera è quasi incomprensibile ma al tempo stesso toccante. Esordisce ammettendo che la possibilità di una vita dopo la morte è «la domanda più interessante del mondo, quando la si consideri con tutta l’intensità di cui è capace». James si dilunga su tutti i solidi motivi, Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti