Nelle pagine de La sonnambula di Bianca Pitzorno (Bompiani, 2026), siamo a Donora, paesino immaginario nella Sardegna di poco dopo l’unità d’Italia, e una donna con folti capelli neri e uno sguardo profondo legge i giornali, ascolta con attenzione le chiacchiere per strada e parla pochissimo di sé. Non sappiamo il suo nome: l’autrice ci chiederà di pensarla come Ofelia Rossi e poi come Elsa Morello. È una sonnambula: una veggente più o meno sincera che spaccia la propria intelligenza per preveggenza. Gli abitanti di Donora pagano una consulenza per ricevere pillole di buon senso, fornite da una sconosciuta misteriosa che si impegna a restare tale, svelando solo lo stretto necessario. Il tema non è tanto il tentativo di conoscere il futuro quanto quello di provare a cambiarlo.
Ho scoperto Bianca Pitzorno alla fine degli anni Novanta, quando avevo otto anni e passavo molto tempo a casa da sola, dopo la scuola. Me l’aveva regalato mio padre, negandomi il permesso di andare a giocare al parco con i miei amici, terrorizzato dall’eventualità di vedermi investita da un’auto e morta sul colpo. “Perché non leggi un bel libro, invece?” mi aveva proposto porgendomi il volume comprato apposta. Era un romanzo pubblicato da Mondadori, un’edizione cartonata con la sovracoperta lucida, dall’aria costosa, molto meglio dei tascabili che giacevano ammonticchiati sugli scaffali della mia cameretta. Si intitolava Ascolta il mio cuore e prima dell’ora di cena l’avevo già finito. Era la storia di tre bambine, Prisca, Elisa e Rosalba, in lotta contro le contraddizioni e le ingiustizie del mondo degli adulti, dalla maestra sadica alla madre severa, dalla povertà e le malattie alle compagne di classe snob. Di lì a pochi mesi avrei Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti