Non sappiamo con quali aspettative, il 26 gennaio 1926, i membri della Royal Institution of Great Britain assisterono alla prima “esibizione” pubblica di un sistema meccanico di trasmissione televisiva da poco ideato dall’ingegnere scozzese John Logie Baird. Di certo, cento anni dopo il televisor, come lo aveva battezzato il suo inventore, continua a essere un oggetto controverso, amato e odiato, secondo alcuni moribondo, per altri destinato a durare ancora a lungo. Proprio da queste disparità di opinione abbiamo avviato la nostra conversazione con uno dei massimi esperti della materia, Carlo Freccero, autore di diversi saggi sull’evoluzione dei mass media e soprattutto – nella sua lunga veste di dirigente, in Italia e all’estero, nelle reti private e più ancora nel servizio pubblico – infaticabile sostenitore di un’idea di televisione felicemente innovativa (e spesso, per questo, criticato e osteggiato).
Per alcuni la televisione è un oggetto obsoleto, ignorato dalle ultime generazioni. Altri la vedono vitalissima e considerano secondario il fatto che i programmi si seguano sullo schermo del laptop o dello smartphone. Lei cosa ne pensa? Crede che la tv imponga le sue regole anche quando viene fruita su altri dispositivi, o sono i device digitali ad aver cambiato la natura del contenuto televisivo?
Penso sia necessario partire da una constatazione. L’idea di televisione che abbiamo si è formata in un’epoca in cui i media si succedevano, e ognuno sottraeva centralità al medium precedente. Prima dell’avvento del digitale, i critici contrapponevano la fase dominata dal medium della stampa, la Galassia Gutenberg, all’istupidimento prodotto dalla televisione, quello che Neil Postman descrive in Divertirsi da morire. Tutta l’analisi apocalittica si muoveva in questa direzione, e la stessa definizione di Mc Luhan “il medium è il messaggio” ci portava a insistere sulle differenze. Forse non eravamo pronti al digitale che ha travolto i confini tra i media a favore di un “supermedium” che si serve di tutti i device, ma proprio per questo produce un contenuto che non è più specifico della televisione o dei social, ma è multimediale.
Dunque, di cosa parliamo quando parliamo di televisione?
Per mantenere alla televisione un’identità definita la critica ha fatto grossi sforzi. Ci sono stati testi che hanno seguito la tv fuori dal piccolo schermo sino ai device connessi a internet, testi che hanno teorizzato il passaggio dal broadcasting allo streamcasting, l’ibrido fra tv e le piattaforme, e di recente l’Auditel ha subito una rivoluzione, per cui l’audience non viene solo rilevata su schermi televisivi, ma diventa total audience, inglobando l’ascolto televisivo su dispositivi diversi. Questa ostinazione a conservare un’identità televisiva distinta da quella di altri media è legata più a interessi economici che a esigenze critiche. Oggi la tv si può vedere sullo smartphone, e analogamente con una smart tv YouTube si fruisce sul piccolo schermo. La differenza non sta nella forma della fruizione finale che è interscambiabile per tutte le forme espressive, ma nel marketing per gli inserzionisti: nel caso della tv è necessario quantificare la total audience per monetizzarla, mentre per YouTube sono le visualizzazioni a dover essere quantificate. A livello mediatico assistiamo a una progressiva ibridazione tra media, per cui sancire la fine della tv non ha senso: più che a una morte, siamo di fronte a una metamorfosi.
Lei ha citato McLuhan: pensa che il suo “il medium è il messaggio” valga ancora?
Più che altro, dovremmo rispondere allo slogan di McLuhan tenendo conto di quella che è la comunicazione oggi. Ogni medium ha la sua specificità, ma queste specificità non si succedono nel tempo cancellando il medium precedente. Al contrario, convergono su messaggi ibridi e fruibili multimediaticamente. Il supermedium di oggi, quello che detta legge allo “spirito del tempo”, è rappresentato dal digitale che non è solo una tecnologia di diffusione dei singoli media, ma ne modifica le logiche e i contenuti.
“Negli ultimi tempi YouTube sta aumentando i propri contatti contrapponendosi alla televisione. L’esplosione degli ascolti su YouTube è la risposta diretta del pubblico nei confronti della ‘verità’ televisiva”
In questo contesto, come valuta il fenomeno YouTube, che da piattaforma di video da smartphone diventa sempre più broadcaster a tutti gli effetti? (Il televisore è oggi il dispositivo principale negli Usa per la visione di YouTube).
Ho già accennato alla total audience certificata anche su internet, ma esiste una grossa fetta di audience che non certifica ascolti televisivi, bensì contenuti autonomi trasmessi su social come YouTube, che nello specifico è una content community. Questo tipo di produzione, spesso artigianale o individuale, si contrappone di fatto agli ascolti tv presentandosi come “controinformazione” e tende a usare i contenuti televisivi per prenderne le distanze. Negli ultimi tempi YouTube sta aumentando i propri contatti contrapponendosi alla televisione. Cito due casi che hanno fatto da volano al fenomeno: a) la contronarrazione sul delitto di Garlasco, che si nutre di polemiche verso i programmi televisivi crime sullo stesso argomento. In questo caso, la differenza mediatica è manifesta: se la tv generalista deve fare audience qui e ora “sparando” notizie a effetto non sempre verificate, YouTube compie un’indagine analitica confrontando e pubblicando i documenti del processo; b) il format Falsissimo di Fabrizio Corona, che programmaticamente si oppone ai sedicenti “verissimo” della tv generalista per falsificarne – a parole per il momento – il contenuto.
Secondo una ricerca recente, negli Usa i più giovani sarebbero molto diffidenti verso l’informazione, soprattutto televisiva. Se è così, lei è d’accordo con chi dice che questa sfiducia non è apatia, ma pretesa di qualità? E in questo caso, la televisione, quella italiana in particolare, è in grado di rispondere?
L’esplosione degli ascolti su YouTube è la risposta diretta del pubblico nei confronti della “verità” televisiva. Con il pensiero debole la postmodernità ci ha insegnato a dubitare della verità. L’aspirazione alla verità che la filosofia novecentesca risolveva con un grande sforzo nell’ambito della epistemologia, dettando solidi principi per separare il vero dal falso, è stata superata non sul piano teoretico, ma morale, attribuendo alla verità la causa di tutti i mali. Con l’avvento del digitale e la possibilità di manipolazione visiva del reale, i termini vero e falso hanno perso il loro significato. Verità dovrebbe essere per definizione aderenza al reale, ma la sparizione di un reale di riferimento ha fatto sì che nel linguaggio corrente “vero” significasse sempre di più espressione del pensiero della maggioranza e “falso” l’atteggiamento di contestazione del mainstream. Non c’è da meravigliarsi della passività dei giovani: i giovani hanno bisogno di ideali, e la verità è il presupposto di tutti gli ideali possibili. Per questo proprio i social, più frequentati dai giovani, sperimentano oggi una ricerca della verità. E la verità come aderenza al reale non può che rifiutare la verità quantitativa della tv, legata solo ai risultati del marketing e quindi del profitto. L’istituzione dell’audience, nata con la tv commerciale, ma estesa al servizio pubblico, richiede una prevalenza della quantità degli ascolti sulla qualità dei contenuti. Per questo, anche la rivoluzione di Fabrizio Corona che vuole denunciare la falsità della tv, mi sembra ingenua, dato che la tv non può funzionare se non per raggiungere ascolti a qualsiasi costo. Non a caso i reality di massimo successo sono i più costruiti e non a caso nei titoli di testa vengono indicati gli autori stessi del reality.
“Molti hanno dimenticato l’’editto bulgaro’ del 2002. Berlusconi non si limitò a introdurre il consumismo in Italia. Come presidente del consiglio intervenne imponendo regole alla Rai che allora non dipendeva dall’esecutivo e poteva ancora prendere decisioni indipendenti”
Come può evolvere il modello di servizio pubblico europeo, in particolare quello della Rai, nell’era delle piattaforme globali? La missione culturale si può conciliare con le logiche di audience, com’è stato (brevemente) nel tempo in cui lei, con Angelo Guglielmi e altri, era alla Rai?
La missione educativa culturale muore con l’avvento dell’audience. Dato che la tv del servizio pubblico dovrebbe avere nel canone la principale risorsa, noi ritenevamo allora che fosse possibile mantenere, nonostante l’audience, il servizio pubblico. Ma è successo qualcosa di definitivo, almeno in Italia, quando culturalmente siamo diventati una colonia degli Usa. Le varie dirigenze Rai che si sono succedute hanno avuto l’unico scopo di costruire una televisione “industriale”, in grado di competere sul mercato. È una nuova visione della cosa pubblica che ha trasformato in aziende anche la sanità e la scuola. E come la scuola è oggi un avviamento al lavoro, la Rai è un’azienda che deve generare profitti. Solo una rinascita del “capitale culturale” europeo potrebbe fare la differenza.
Il “berlusconismo in politica” ha lasciato un’eredità nel rapporto tra televisione e politica in Italia? TeleMeloni ne è la logica conseguenza o c’è qualcosa di nuovo?
Molti hanno dimenticato l’“editto bulgaro” del 2002. Berlusconi non si limitò a introdurre il consumismo in Italia. Come presidente del consiglio intervenne imponendo regole alla Rai che allora non dipendeva dall’esecutivo e poteva ancora prendere decisioni indipendenti. Di passaggio a Sofia, Berlusconi chiese di fatto l’espulsione di Biagi, Santoro e Luttazzi dalla programmazione, e quantunque non fossi nominato, venivo colpito anch’io come direttore di rete. Fui allontanato da ogni ruolo operativo e in difformità alle regole aziendali la Rai non mi coprì con i suoi avvocati nei processi civili che ne seguirono. Qual era la colpa dei reprobi Rai? “L’uso criminoso del mezzo televisivo”. Con questa frase Berlusconi voleva semplicemente indicare l’informazione. Qui c’è da fare un po’ di storia: quando affermo che con l’avvento dell’audience la funzione del servizio pubblico veniva meno, mi riferisco alla funzione pedagogica legata al concetto di capitale culturale. Perché il servizio pubblico sopravvivesse, era necessario individuare una funzione che ne giustificasse l’esistenza, e questa funzione fu identificata nell’informazione, dato che in democrazia solo un’informazione indipendente può rendere il cittadino consapevole. L’editto bulgaro distrusse tutto questo sostituendo anche in Rai il gossip alle notizie, l’infotainment all’informazione, gli indici di ascolto alla verità. Quella che sembrava allora un’indebita intrusione dell’esecutivo in tv, è stata formalizzata dalla riforma Renzi del 2015, che affida al governo le nomine televisive. Per questo non riesco a stigmatizzare più di tanto TeleMeloni: un governo, che può legalmente occupare tutti gli spazi della comunicazione, sarebbe irragionevole se non approfittasse della legge, anche se tutto ciò è un tipico modello di governo autoritario. Il motivo per cui TeleMeloni fa scandalo è un altro: negli anni c’è stata una specie di spartizione per cui la cultura si collocava a sinistra, ma le persone nominate dalla Meloni sono prive di cultura professionale, e poste a capo delle maggiori istituzioni del paese, sembrano pesci fuor d’acqua. Per ovviare a tutto questo, però, non serve criticare Meloni, quanto ricordare la riforma Renzi che, dando carta bianca al governo, ha fatto della Rai uno strumento di propaganda governativa.
In Italia La Ruota della Fortuna su Canale 5 e Affari tuoi su Rai Uno “fanno, assieme, più del 50% di share, la stessa percentuale dell’astensionismo alle ultime elezioni regionali”: lei lo ha rilevato, commentando che “forse non è un caso”. È una specificità del nostro paese?
Penso si tratti della situazione italiana, dove l’intrattenimento rappresenta l’unico elemento di evasione in una realtà di progressivo impoverimento. La metafora più usata dai critici della società è la ruota del criceto: lavoro, stipendi insufficienti, mancanza di progettualità. Pensiamo alla prima televisione commerciale: dopo gli anni di piombo ci introduceva ai consumi, alla moda, al successo. Oggi la televisione è lo schermo che si frappone tra noi e una realtà deprivata. Come il progetto Meta, che doveva proiettarci in un mondo virtuale, la televisione è una second life in cui consumiamo per procura quello a cui negli anni ’80 potevamo accedere. Viviamo amori improbabili tramite i reality. E partecipiamo ai game, convinti che prima o poi un po’ di ricchezza gocciolerà nelle nostre vite.
“La lotta tra Paramount e Netflix per acquistare Warner è, secondo me, indice di due tendenze: la tendenza del mercato neoliberista a creare monopoli e l’uso da parte di questi monopoli di un’offerta sempre più diversificata per allargare in modo esponenziale il bacino del pubblico. La molteplicità delle piattaforme genera scarsità di contenuti e non viceversa”
Come si inseriscono le fiction italiane nell’era delle produzioni internazionali di Netflix & co?
In un quadro altrettanto depresso abbiamo due filoni standard a cui attingere: da un lato il drama-crime, dove crime ha un significato codificato, inserito in una tradizione il cui capostipite è La piovra, cioè la mafia con le sue declinazioni successive. È lo stereotipo sintetizzato da Der Spiegel nel piatto di spaghetti con una rivoltella nel mezzo e, come tutti gli stereotipi, destinato all’esportazione; dall’altro il mélo che deriva dal melodramma italiano sia musicale sia cinematografico. Entrambi i filoni descrivono una società in declino in cui vivere per procura è diventato uno strumento per sopravvivere.
La proliferazione delle piattaforme su abbonamento non rischia di saturare la richiesta?
La lotta tra Paramount e Netflix per acquistare Warner è, secondo me, indice di due tendenze: la tendenza del mercato neoliberista a creare monopoli e l’uso da parte di questi monopoli di un’offerta sempre più diversificata per allargare in modo esponenziale il bacino del pubblico. La molteplicità delle piattaforme genera scarsità di contenuti e non viceversa. Al tempo stesso, però, la moltiplicazione di questi contenuti è gestita da pochissimi che finiscono per detenere il controllo dell’opinione pubblica.
Come immagina il futuro della televisione italiana fra dieci anni?
Parlare di futuro della televisione italiana significa oggi parlare del futuro di Mediaset. Non vedo futuro in una Rai che è stata oggetto di spartizione della politica. Mediaset ha ambizioni di espansione, non a caso ha cambiato il suo nome in Media for Europe. Tuttavia, per quanto Mediaset rappresenti un colosso economico nel panorama audiovisivo italiano, non potrebbe competere con colossi come le big tech. A partire da questo presupposto Mediaset ha scelto l’Europa come scenario di sviluppo e come barriera di protezione rispetto ai colossi americani. Proprio la mancanza illimitata di fondi dei competitor ha dettato la linea editoriale. Oggi Mediaset deve coniugare espansione e risparmio, e non è semplice. Ho lavorato in questa azienda all’atto della sua fondazione e ancora si chiamava Fininvest. Allora la strategia del fondatore Silvio Berlusconi per scalare gli ascolti Rai consisteva nell’espandere la spesa. Il primato Rai è stato smantellato o ridimensionato attraverso la comparsa di contenuti premium: film da prima visione – I filmissimi – serie di successo americane (Dallas, Uccelli di rovo ecc.) persino calcio e grandi varietà (Premiatissima, Risatissima, Drive In). Oggi, dopo l’espansione dei palinsesti e delle reti col digitale, riempire le reti di contenuti premium è diventato impossibile. Mediaset ha avuto quindi l’idea di fare propria la tradizione del melodramma italiano, trovando un’alternativa economica e popolare alla fiction. Il pubblico Mediaset appartiene a una fascia medio-bassa, che chiede narrazione, ma anche verità. La soluzione è data dal reality in tutte le sue declinazioni, che non solo è appetibile, ma dà origine a un indotto in forma di gossip e mette in moto la macchina social. Per questo, nel trentennale del settimanale Chi Marina Berlusconi è intervenuta personalmente per elogiare un genere, il gossip appunto, la cui verità oggi è posta in discussione su YouTube: Chi viene identificato come “una storia di giornalismo”, secondo le convinzioni di Silvio Berlusconi della prevalenza del gossip sull’informazione, ed è descritto come un giornale capace di raccontare i volti noti, non limitandosi al pettegolezzo, “ma costruendo un racconto che unisce mondanità e costume, attualità e vita privata” – e sempre con un tono “positivo e gentile ben distante da qualsiasi speculazione scandalistica”. Questo gossip gentile è diventato il supergenere di Mediaset, con la differenza che Chi deve attingere alla “vita reale” per creare storie, mentre Mediaset ha nei suoi reality una fabbrica interna di vip, nella misura in cui la semplice esposizione alla telecamera può conferire – come insegnava Andy Warhol – un quarto d’ora di celebrità. I partecipanti al reality costruiscono narrativa sotto l’occhio vigile delle telecamere e contestualmente creano nuovi protagonisti per l’industria del gossip. Un circolo virtuoso in cui niente va sprecato. Funzionerà in Europa? A me pare che il gossip sia uno sport nazionale, ma non possiamo escludere che si diffonda per contaminazione in altri contesti. C’è però un’ulteriore conseguenza sul piano politico: le politiche aziendali di Media for Europe richiedono, come titola l’azienda, la completa dipendenza dall’agenda europea, costringendo Giorgia Meloni, già sovranista, a barcamenarsi tra due modelli politici antitetici.