«Bienvenue dans votre Monoprix Arles». Le porte a vetro scorrevoli del supermercato si aprono su una delle sedi più inattese delle Rencontres de la Photographie 2025: è l’Espace Monoprix. I visitatori si fanno spazio tra scaffali di baguette e calzini, guidati da un’indicazione discreta: “Exposition”. Seguendo il flusso tra clienti e carrelli si arriva oltre una tenda di plastica a listoni trasparenti, si sale una scalinata nascosta e si entra in un sottotetto grezzo. È qui che prende vita Father, il progetto visivo di Diana Markosian a cura di Claartje van Dijk, già esposto alla National Portrait Gallery di Londra e al Foam di Amsterdam, ora presentato in una versione ampliata per il festival di Arles e visitabile fino al 5 ottobre 2025.

Il percorso affascina sin dalla soglia: luci basse, musica di sottofondo intima e calda, si apre con una fotografia familiare ingiallita. Ci si sente a casa ma si avverte un’inquietudine di fondo. Sul bordeaux della parete, madre e figlia sono ritratte in posa a mezzo busto. Gli sguardi imperturbabili verso l’obiettivo sembrano quasi congelati in quel rituale d’obbligo. Eppure, ciò che stona di più è qualcosa che manca: sul lato destro dell’immagine, un’assenza sagomata, la figura del padre recisa, eliminata. Restano le mani che trattengono la bambina, un gesto d’affetto mutilato. Un abbraccio solo ricordato. Lo stesso buco bianco è sulla copertina rosso scuro del libro Father pubblicato da Aperture nel 2024. È proprio da questa cesura, da questo vuoto, che comincia il racconto.

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Diana Markosian, My Mother’s Album; from the series Father © 2024 Aperture

Father è il risultato di dieci anni di lavoro (2014–2024), iniziati quando Markosian decide di riallacciare il legame con un padre che non vede dal 1996. Nata a Mosca da una famiglia armena, a sette anni viene portata via dalla madre insieme al fratello durante la notte. Destinazione: California. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la donna – già separata – parte in cerca di un futuro migliore. Il padre della fotografa, al suo rientro, trova l’appartamento vuoto e un biglietto. Inizia a cercare i figli ovunque. Intanto, la madre riscrive la storia familiare: si risposa e cancella ogni traccia dell’uomo, arrivando a ritagliarlo fisicamente dalle foto. A lei e al tentativo di comprendere quella scelta sua figlia ha dedicato il suo primo lavoro, Santa Barbara (Aperture, 2020).

Dopo quindici anni di silenzio, l’ormai ventenne Diana parte per l’Armenia e bussa alla porta del padre nella casa del nonno. «Sono Diana, tua figlia». L’uomo è un estraneo: «I suoi capelli sono grigi. Il suo viso è smunto. Le sue spalle sono cadenti» scrive Markosian. Non la riconosce, e lei non riconosce lui. «Perché ci hai messo così tanto?» le chiede dopo i primi scambi. La connessione si riattiva, lenta e silenziosa e viene testimoniata dalle immagini. Comincia così un viaggio fisico e visivo nell’intimità familiare negata, una ricostruzione per immagini di una storia dimenticata, mai raccontata. 

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Diana Markosian, My Suitcase; from the series Father © 2024 Aperture

La mostra si articola in alcune sezioni principali che dialogano tra loro e una parte finale: Lo stranieroLa relazioneLa ricerca. Nella prima, due schermi enormi e sospesi (ci si può girare intorno e osservarli da entrambi i lati) mostrano il padre “straniero” mentre compie gesti quotidiani: si rade, si muove per casa, legge. Le immagini sono in bianco e nero, lente, quasi immobili. Tutto intorno a cingere lo spazio, una serie di fotografie di dettagli quotidiani accompagna questo nuovo inizio in cui si vede anche il nonno. E poi, La relazione, due pareti ad angolo che simulano l’interno dell’appartamento armeno rivestito con una carta da parati, con lo stesso motivo decorativo che ritroviamo anche sui risguardi del libro. Sui muri, fotografie stavolta a colori raccontano alcuni giorni di vita condivisa. Oggetti. Sempre lo stesso tavolo, cambiano solo i confini dell’inquadratura. In mezzo, frasi in stile diaristico che raccontano le istantanee di questa nuova vita in costruzione. In una foto fanno colazione, in un’altra giocano a carte. Si intravede un dipinto a olio, e quel quadro anche è esposto, quasi teletrasportato tra le pareti dell’Espace Monoprix. Ogni dettaglio, ogni immagine, parla di una quotidianità faticosamente riconquistata e delle difficoltà emotive di entrambi. Un giorno è lui a fotografare lei. Per la prima volta da quando aveva sette anni. La figlia guarda il padre mentre la fotografa. Il gesto si fa rito, cura, memoria. Ferdinando Scianna sostiene da sempre che «la massima ambizione per una fotografia sia finire in un album di famiglia». Markosian però questo album non ce l’ha mai avuto, e ne costruisce uno nuovo a cui ci invita a partecipare. 

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Diana Markosian, The Absence; from the series Father © 2024 Aperture

La mostra prosegue con La ricerca, il nucleo più toccante. La fotografia di una valigia aperta, posata sul letto, contiene libri per la piccola Diana, fotografie di lei e del fratello, pagine di giornale. Titoli come Missing children, indirizzi casuali, lettere spedite ovunque – anche a Bill Clinton – ambasciate, stazioni di polizia, negozi di giocattoli. Indirizzi presi a caso pur di ritrovare i due bambini. Missive tornate indietro con una notazione perentoria: «Return». Questi documenti in originale compongono anche una sequenza espositiva che ha il ritmo del reportage. Quanta vita mancata e immaginata ci può stare in una valigia? Il padre aveva conservato tutto, compresa una camicia bianca comprata per il giorno del matrimonio del figlio. È esposta anche in una immagine a sé: appesa a una gruccia, avvolta ancora nella plastica, simbolo di un’attesa congelata. Camminando oltre, ancora un altro grande schermo, un video intimo e toccante in cui si vede la fotografa interagire con suo padre negli interni quotidiani. Le rughe sul volto di lui sono solchi in cui è inciso il dolore, lei ha lunghi capelli neri, è bella e ha una naturale eleganza, la stessa che traspare dal suo racconto visivo. 

Nell’ultima parte, accanto alle foto di famiglia finalmente ritrovate nella casa armena – la scoperta che «la sua casa è un museo della mia infanzia» – torna il bordeaux sulla parete, una scrivania invita le persone a scrivere una lettera a qualcuno che è assente dalle loro vite. Una cassetta postale raccoglie questi messaggi, che saranno protagonisti del prossimo progetto espositivo di Markosian. È un monito a partecipare, a riconnettersi, a confrontarsi con le proprie mancanze, ma soprattutto a raccontarle come ha fatto lei. Attraverso le varie anime narrative, l’installazione dialoga costantemente con lo spazio che avvolge il visitatore: il sottotetto del supermercato diventa così la casa paterna mai abitata. Il luogo pubblico della spesa quotidiana, frequentato da famiglie, si trasforma nel simbolo di una normalità mai vissuta dai protagonisti di questa storia. Una scelta curatoriale potente, coerente con il tono autobiografico del lavoro. 

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Diana Markosian, Morning with You; from the series Father © 2024 Aperture

Father non è l’unico progetto espositivo sul tema delle famiglie e dei padri presente al festival di Arles, ma è uno dei più intensi. La sua forza risiede nella capacità di trasformare la memoria privata in esperienza collettiva. La fotografia di Diana Markosian disobbedisce al silenzio, all’oblio, alla rimozione, in piena risonanza con il tema delle Rencontres di quest’anno: immagini indocili, disobbedienti.

Mentre in Italia, con il Premio Strega ad Andrea Bajani per L’anniversario (Feltrinelli), la letteratura sembra celebrare la possibilità di una separazione definitiva dai genitori, a pochi giorni di distanza, la grande fotografia di Arles premia invece l’ipotesi opposta: il Prix de la Photo Madame Figaro va a Diana Markosian per Father, che racconta la riconciliazione, la ricostruzione di un legame perduto. Anche in questo caso, nell’arco di una decade.