In mancanza di meglio, leggo. E di recente leggo soprattutto cose sull’Intelligenza Artificiale, sulla sua natura e sulla natura dell’intelligenza in genere e anche sulle conseguenze del suo rapidissimo sviluppo. Resisto al mio primo istinto, che sarebbe di puro terrore, e mi documento, perché la paura, da sola, non fa bene. Faccio fatica, perché non ho tutta quella preparazione scientifica. Alla peggio prendo appunti per un futuro romanzo di fantascienza, ma anche per scoprire come la penso, cosa che riesco a fare solo scrivendo.

Così, per esempio, leggo Macchine ingannevoli (Einaudi, 2022) di Simone Natale, una storia dell’IA e soprattutto delle idee e speranze legate al tentativo di creare una versione alternativa del pensiero umano o, direttamente, all’umano tutto, possibilmente in forma di umanoide. Il libro esce un attimo prima dell’avvento dei Large Language Models ma tiene il punto, cioè la centralità della decisione, da Turing in poi, di considerare la capacità umana di ingannarsi come banco di prova dell’intelligenza artificiale: il problema è che «la nostra vulnerabilità all’inganno fa parte di ciò che ci definisce». La nostra capacità di rapportarci con gli altri «ci rende inclini a essere ingannati da interlocutori non umani che simulano intenzione, intelligenza ed emozioni».

Leggo poi l’ultimo libro di Maurizio Ferraris, La pelle. Cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale (Il Mulino, 2025). Ferraris è un filosofo che mi piace proprio come scrittore. Qui utilizza il tema dell’IA per delineare ancora una volta la sua concezione dell’umano, una concezione in cui l’intelligenza non è affatto la componente più importante (tanto da essere replicabile), mentre lo è

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