Fu il matematico e naturalista francese Georges-Louis Leclerc Comte de Buffon a introdurre, nel 1761, il termine “vampiro” in zoologia, descrivendo le abitudini alimentari di taluni pipistrelli ematofagi del Sudamerica. L’ingordigia e la necessità di nutrirsi di sangue è, come noto, caratteristica regina del vampiro, creatura leggendaria e mitologica che dal folklore filtrò nella letteratura, rimbalzando quindi di lì, potentemente, nel cinematografo. Come si sia sviluppata questa idea, del sangue quale fluido corporeo essenziale alla sussistenza del vampiro, è materia affascinantissima di indagine, che ha portato taluni a scomodare persino la nekyia omerica, la discesa agli inferi del re di Itaca, nel celebre episodio in cui Odisseo, obbedendo agli ordini della maga Circe, scava una fossa di un cubito, e vi versa intorno «un’offerta per tutti i defunti, prima di latte e miele, dopo di dolce vino, poi una terza di acqua: cospargendola con bianca farina di orzo» e quindi immola nel sangue un montone e una pecora nera: «e allora» sta scritto «verranno molte anime di morti defunti». Ma – ci avvertono i filologi – la legione di anime che Omero descrive approssimarsi alla fossa dell’Erebo colma di sangue, è composta appunto di anime, ombre, immagini incorporee, che nulla condividono con i vampiri che la tradizione folklorica e quindi letteraria e cinematografica hanno imposto, i quali appaiono dotati di fisicità e concretezza. Sono esseri di carne e materia, sottratti alla condanna della morte, o per meglio dire gravitanti in un limbo che ebbe a essere definito come la condizione di colui che è sine vita vivens, sine morte mortuus, “vivo senza vivere e morto senza morire”.  

L’immortalità fisica poté ben apparire come una parodia, turpe e di origine diabolica, della promessa di vita eterna spirituale che il Cristianesimo offriva

L’eternità del vampiro

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