Oggi non c’è forse bisogno di ricordare, come faceva negli anni Sessanta Frank Kermode (ne Il senso della fine), che «i modelli apocalittici continuano a essere alla base dei nostri modi di spiegarci la realtà». Il tema apocalittico fiorisce nei momenti storici che, per una ragione o per l’altra, vengono percepiti come critici. Se l’apocalisse oggi è così diffusa dev’essere che la crisi s’è incistata nelle nostre menti. Molte le possibili spiegazioni: la guerra, ora più di prima sentita e temuta; ma soprattutto, credo, un’accelerazione dello sviluppo tecnologico capace di ridurre chiunque, nativi digitali compresi, a una condizione di perenne precarietà cognitiva. Anche per questo motivo, sebbene siano ormai passati ventisei anni dalla fine del ventesimo secolo, molti continuano a definirsi “novecenteschi”.

­Tra questi, Francesco Pecoraro e Vittorio Giacopini, i cui ultimi libri, non so quanto novecenteschi, sembrano dialogare tra loro nella comune visione dell’apocalisseIl senso della fine, d’altronde, si aggancia volentieri alla dimensione biografica:

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