Quando il regista Roberto Andò mi telefonò per propormi di lavorare all’Elettra di Sofocle al Teatro Antico di Siracusa, ho sentito d’istinto che non potevo mancare quell’appuntamento. Metto questa esperienza al centro di un discorso sul teatro perché l’incontro di questa estate con il pubblico di Siracusa – cinquemila corpi desideranti riuniti ogni sera sotto lo stesso cielo – suggerisce meglio di ogni altro esempio qualcosa di sottile sull’esperienza teatrale dell’attore. Parlo di corpi perché è questo l’incontro. I corpi degli attori e i corpi degli spettatori che si specchiano gli uni negli altri e che, nel tempo sancito dal racconto di scena, respirano all’unisono. Questo incontro può produrre, nelle serate felici, un’energia potentissima, rigenerante, nuova, che attraversa la platea e torna sulla scena scatenando forze impreviste. Una chimica del cuore e dell’immaginazione in grado di smuovere parti segrete di ciascuno di noi. Senza miracoli, senza la possibilità di cambiare le sorti della Storia, senza illusioni da quattro soldi. Semplicemente, nella migliore delle ipotesi, il teatro si fa specchio di noi e per noi. Chi vuole guardarsi veramente, lo può fare. E chi è in grado di alzare al pubblico lo specchio, e in questo modo essere nel proprio mestiere con forza e dignità, ecco, quello è un attore. 

Lavorare a cielo aperto ogni sera, in una sorta di combattimento a mani nude con se stessi e con la storia che si racconta, mi ha riconciliato con un mestiere che spesso pone di fronte a difficoltà e disillusioni. L’Elettra di Sofocle è un’immersione nei temi più profondi dell’immaginario collettivo occidentale. E per me, a Siracusa, è stata un’esperienza di teatro popolare aggiornato al 2025, sotto le stesse stelle che attori contemporanei di Sofocle hanno guardato, per trovare forza e conforto. La possibilità, ogni sera, di ricominciare. Il sogno umanissimo di poter rivivere ancora e ancora – e con uno sguardo sempre più preciso – che si realizza nella ripetizione del gesto teatrale. Rivivere, e non ripetere. 

© Michele Pantano

Il corpo dell’attore è fisiologia e invenzione, sconfinamento poetico e meccanica del movimento. Grazia e detrito. Il corpo umano sotto la lente della poesia, sotto lo sguardo dell’altro (il pubblico), che ha così la possibilità di riconoscersi e di connettersi più profondamente al proprio sé attraverso l’abbandono programmatico dell’altro, dell’attore, che davanti a lui dimentica (di sé) e intreccia i fili immaginari di una storia che sembra coinvolgerlo più di ogni altra cosa al mondo. 

Eleonora Duse scrive: «Alla sera – la sera che lavoro – mi butto a nuoto e tu solo sai, tu solo puoi comprendere per quali giri e rigiri intorno all’anima e al corpo, una espressione d’arte si forma! – E bisogna inventarne un controllo, inesorabile. Armonizzare l’oblio col ricordo».

E Shakespeare ci ricorda, attraverso le parole di Amleto, che scopo del teatro «alle sue origini come ora, era ed è di reggere lo specchio alla natura; di restituire alla virtù la sua immagine, al vizio il suo volto, e alla vita di un’epoca la sua impronta, la sua forma».

Il corpo, quello sensibile e quello riflesso, è la miniera dell’infanzia, l’infanzia dei giochi. La cassaforte che racchiude energie violente ed estreme, la lingua che non mente. È la mia storia, e a teatro è pronto e allenato a declinare lingue nuove e sconosciute. È il luogo dell’ascolto. E poi c’è la gioia di fare, di sfidare il buio, di seguire il filo sottile del racconto stando in equilibrio instabile, senza premeditazione e senza rete. Solo così vivi e non reciti, solo così puoi tentare di far sorgere un’emozione, e solo così l’incontro con l’altro è vita e non teatro.

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Foto Franca Centaro/AFI-SR