Non è precisamente una novità che a differenza degli dei, razionali e immortali, e degli animali, irrazionali e mortali, solo gli umani, razionali e mortali, si facciano un problema della morte, e che fin dalla più remota antichità abbiano lamentato il loro destino e cercato l’immortalità.
Poi, chiaramente, se ne sono fatti più o meno una ragione, chi affidando le sue speranze alla religione, con la sua promessa di eternità post mortem, e chi alla filosofia, che altro non è che imparare a ben morire. Nessuno l’ha detto meglio del vecchio Benedetto Croce, troppo filosofo «per non vedere chiaramente che il terribile sarebbe se l’uomo non potesse morire mai, chiuso nel carcere che è la vita, a ripetere sempre lo stesso ritmo vitale che egli come individuo possiede solo nei confini della sua individualità, a cui è assegnato un compito che si esaurisce» .
I miti, del resto, erano pochissimo incoraggianti: dalla Sibilla Cumana all’Ebreo Errante l’immortalità era più una maledizione che un premio.
Fuori dalla religione, quindi, le strade possibili erano solo due: i figli per portare avanti il nome, e la fama attraverso le opere.
«Non voglio diventare immortale attraverso le mie opere; voglio diventare immortale non morendo» disse Woody Allen, uno dei tanti amici di Jeffrey Epstein, a sua volta uno dei tanti miliardari che oggi puntano (o puntavano) sull’immortalità fisica.
Negli Epstein Files si trova apparentemente di tutto, ma più di ogni altra cosa Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti