Chi volesse trovare una metafora complessiva per la migliore letteratura italiana tra le due guerre potrebbe forse raccoglierla sotto il titolo della “vacanza”: come fuga obbligata dall’attualità, vista la censura fascista (che in caso di infrazioni imponeva quella vacanza derisoria che è il confino); e più generalmente come alienazione da una realtà adulta e feriale che non si lascia ormai possedere, trasformare, comprendere. Il tema non riguarda solo l’Italia, ma la crisi europea della civiltà; e non è testimoniato solo dall’antirealismo della prosa d’arte o dell’ermetismo, ma anche da una narrativa in cui prevalgono i figli che non sanno diventare padri, le adolescenze senza sbocco che consumano illusioni e disillusioni in qualche parentesi estiva o collegiale in cui il mondo si riflette deformato. 

Il motivo è ben visibile da metà anni Venti a metà anni Trenta sulla rivista fiorentina «Solaria», che con le sue proposte lirico-memorialistiche o espressionistiche tenta d’importare la lezione del nuovo romanzo europeo, addomesticando Proust e celebrando Svevo e Tozzi. Proprio Tozzi, nel 1919, aveva aperto il primo dopoguerra con un esempio particolarmente crudo di “vacanza dalla realtà”: quello del ragazzo Pietro Rosi, il protagonista di Con gli occhi chiusi. In questo romanzo a blocchi giustapposti, che s’impongono per mera forza d’intuizione poetica, Pietro fallisce la sua educazione di ceto e di sentimenti. Incapace d’identificarsi in un padre imprenditore la cui energia vitale fa tutt’uno con la sopraffazione, non riesce nemmeno a decifrare gli atti seduttivi di Ghìsola, la nipote degli assalariati che coltivano le sue terre. Se la trattoria paterna di Siena rappresenta il tempo del lavoro, il podere di Poggio a’ Meli è il luogo estivo in cui trabocca la sensualità di Pietro, il quale però, non sapendo esprimerla, lascia infine che la sua giovane contadina si allontani, diventi una mantenuta e rimanga incinta in un bordello. 

Federigo Tozzi

Allargando lo sguardo all’Europa, potremmo dire che la “vacanza” dell’alter ego tozziano è violenta come la vita in collegio del Törless di Musil. Nel clima di «Solaria» prevarrà invece il modello incantato del Grande Meaulnes di Alain-Fournier, pubblicato in Francia nel 1914 e tradotto da noi proprio nei primi anni Trenta. Passata la Grande guerra, e perse le speranze nel progresso, Meaulnes si era ripresentato altrove con lineamenti irriconoscibili:

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