La prima esperienza da giornalista, fatta durante una delle mie estati da liceale, fu nella piccola redazione di un giornale diocesano della mia città. Ricordo una mattina, mentre lavoravo a qualche noioso pezzo di cronaca locale, di aver notato che, nella scrivania accanto, il giovane prete che faceva da caporedattore stava esaminando con attenzione il profilo Facebook di un signore di mezza età. Più tardi il sacerdote ci salutò e uscì dalla redazione dicendoci che doveva andare a celebrare un funerale. Capii allora che il profilo che stava studiando poco prima era quello del defunto. Fu la prima volta (all’epoca Facebook, e quindi il concetto stesso di social network, era ancora una novità) che realizzai come la grande mole di informazioni personali che in quegli anni cominciavo con entusiasmo a riversare online sarebbe presumibilmente rimasta lì a lungo, anche dopo che noi non ci saremmo stati più.
Questa idea di “permanenza digitale” oltre la morte fisica è al centro di Vivere per sempre. L’Aldilà ai tempi di ChatGPT, saggio di Davide Sisto da poco pubblicato da Bollati Boringhieri. Sisto, che è filosofo e tanatologo, si era già occupato del tema in un altro libro: La morte si fa social (2018, per lo stesso editore). Qui la ricerca prosegue introducendo il concetto di “foreverismo”, l’idea per cui «le cose registrate continuino ad animarsi, ad aggiornarsi, a crescere come se fossero sempre vive e disponibili». Nel momento in cui parti sempre più ampie e rilevanti delle nostre vite vengono costantemente datificate, registrate e archiviate, diventa allora possibile immaginare che qualcosa di noi possa continuare a esistere e ad agire potenzialmente in eterno. Se la morte comporta la scomparsa fisica, Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti