La cultura woke è morta? Sono in molti a pensarlo, mentre altrettanti, paradossalmente, si ostinano a credere di vivere sotto la presunta “dittatura del politicamente corretto”. Se c’è qualcosa che il cinema può fare, ancora, in quest’epoca di polarizzazioni esasperate e di hashtag svuotati, è provare a mettere in discussione questi sguardi anchilosati, a sollecitarli e perfino a farli implodere; e se c’è un luogo dove si possono trovare opere in grado di fare ciò, quello probabilmente è il Festival di Cannes, dove ogni anno passano non tanto, o non solo, i film migliori della stagione cinematografica a venire, ma sicuramente quelli più propensi a far discutere (e a far impiegare al giornalismo nostrano il detestabile anglicismo “divisivo”).

Ne è un esempio lampante il trionfatore dell’edizione n. 79, che si è conclusa lo scorso 23 maggio con la Palma d’oro a Cristian Mungiu per il suo Fjord, a quasi vent’anni esatti dalla sua prima Palma, vinta nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Il regista rumeno si sposta dalla sua patria per approdare in Scandinavia,

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