«The winner of the 2025 Booker Prize is Flesh». Londra, 10 novembre: David Szalay raggiunge il palco piuttosto incredulo, tra gli applausi. Pronuncia un discorso breve. Una parola torna come un refrain: “rischio”. Il rischio di un romanzo di questo tipo, e soprattutto il rischio di un titolo che – confessa – lo inquietava fin dall’inizio. Un titolo che, paradossalmente, gli è appena valso cinquantamila sterline di premio. «Mi ricordo quando, forse un anno fa, con la mia editor di Jonathan Cape parlavamo del titolo chiedendoci se un romanzo intitolato Flesh avrebbe mai potuto vincere il Booker Prize. C’era qualcosa di rischioso riguardo al titolo, ma anche riguardo al libro: qualcosa di inusuale».
Data l’enfasi sul tema, è lecito chiedersi: perché rischioso? Tanto più che sulla copertina originale, tipografica, il titolo è letteralmente urlato: cinque lettere che occupano in verticale l’intera pagina bianca, dentro cui affiorano frammenti di una fotografia aerea. Va ricordato che Szalay era già stato finalista al Booker nel 2016 con All That Man Is – circostanza nota –, ma un’informazione nuova che arriva dal podio londinese è che Flesh nasce dopo l’abbandono, in fase avanzata, di un romanzo precedente. In questo senso, il rischio dichiarato che sulle prime può sembrare eccessivo rivela una dimensione piuttosto personale: quasi un’ammissione di vulnerabilità più che un timore di reale ricezione. Con Flesh, il rischio non era un inciampo, ma la spina dorsale del libro: una tensione che parte dalla scrittura e arriva ai paratesti.

Ecco il punto: come reagirà chi si trova davanti a un romanzo che si affida a quella parola secca per nominarsi? Che un autore insista così tanto sul titolo nel momento in cui sta ricevendo il Booker Prize è significativo e apre molte riflessioni sul marketing editoriale. Nel significato letterale fornito dal Cambridge Dictionary, flesh è «the physical body and not the mind or the soul»: il corpo fisico, la carne prima della psiche. È esattamente la traiettoria di István, il protagonista del romanzo. La sua è una parabola materiale, segnata da traumi, scarti, sopravvivenze. István vive secondo ciò che il corpo chiede e sopporta: è la carne a dettare la rotta.
Ospite di Umbria Libri per presentare l’edizione italiana Adelphi con la traduzione di Anna Rusconi, Szalay ha raccontato che fin dall’inizio desiderava scrivere un libro sulla vita nella sua dimensione più fisica, e su tutto ciò che da quella fisicità discende. Come accade a István: «è da questo atto fisico che iniziano tutte le nostre vite; la sua prima relazione è un’esperienza fisica che poi diventa altro, lui è ancora ingenuo e non coglie le situazioni né le loro implicazioni, e da lì nasce la violenza. Non c’è niente di più fisico della morte». Nel romanzo, aggiunge, ritorna una stessa struttura: quella delle «svolte fisiche che riguardano il corpo», che si tratti di violenza, di un atto sessuale, di una nascita o di una morte. Snodi cruciali che, però, con maestria e minimalismo narrativo non vengono mai messi in scena nel dettaglio: restano sul bordo del racconto, lasciati all’immaginazione del lettore.
Quanto alle esitazioni iniziali sul nome del libro, Szalay chiarisce che flesh in inglese «è una parola cruda, non elegante, non letteraria»: il rischio era quindi anche estetico, perché sulle prime può apparire spiazzante. Ma non si è trovata un’alternativa valida. E, come aveva già detto a Laura Pezzino su «La Stampa», «a lungo Flesh è stato solo un titolo di lavorazione. Troppo brutale per restare, credevo. Ma quando abbiamo cercato un’altra possibilità, non ne abbiamo trovata una migliore».
Nel romanzo le azioni arrivano senza preludi, quelle «svolte» di cui parla l’autore. István non decide: reagisce. Il corpo fa, la mente segue. E quando, da adulto, István guarda al passato, ricorda «le cose nuove e sorprendenti che voleva il suo corpo, e la sua incapacità di opporsi quando le voleva». È lì che emerge la crepa che lega il romanzo al titolo: il corpo come entità che precede, e talvolta scavalca, la coscienza.
Se ragionassimo in termini di frequenza del lemma, flesh non era una scelta obbligata, tutt’altro. Nel testo compare una sola volta («last slivers of flesh from the soft skeleton of the fish»). Nell’edizione italiana “carne” ricorre due volte e sempre riferita al cibo, la seconda traducendo «stewed cabbage and meat». Body è invece molto più presente. Non stupisce che Szalay dicesse al «Guardian»: «Volevo essere onesto su cosa significhi essere un corpo maschile nel mondo». Una parola molto frequente è invece qualcosa che quel corpo e quella carne li consuma: cigarette, con oltre settanta occorrenze. Una scia di fumo che attraversa la vita di István come una combustione lenta.

Fatte queste premesse, la domanda torna inevitabile: Flesh è davvero un titolo rischioso sul piano del marketing editoriale? A me non sembra. È breve, sonoro, memorabile nella sua doppia valenza attrattiva e disturbante, potentissimo nella comunicazione contemporanea. Funziona come hashtag e si inserisce nella linea di alcuni Booker recenti che privilegiano titoli asciutti (Orbital, The Promise, Milkman). Se un rischio c’è stato, riguarda la percezione preliminare dell’autore e dell’editore: il timore che un titolo così diretto potesse sembrare sensazionalistico o erotico, che potesse essere frainteso. In realtà, lo abbiamo visto, Flesh ha la forza di ricondensare in cinque lettere ciò che il romanzo non dice esplicitamente e che ne costituisce però l’atmosfera.
Uscendo dai confini nazionali, flesh cambia forza e direzione. In inglese è una parola limpida: indica la carne del corpo umano, non il cibo. In italiano no: “carne” è una parola bifronte che evoca prima il commestibile, poi il corpo, poi il simbolico. Da qui la scelta di Adelphi di Nella carne: non una semplice resa, ma una posizione. Premettendo che i titoli sono una partita editoriale e non dipendono dai traduttori, Anna Rusconi mi racconta che la traduzione letterale «avrebbe rischiato di produrre un’ambiguità dall’effetto respingente» e che lei, come alternativa, aveva proposto Solo, la parola che chiude il romanzo. «Rimanda a un filo rosso che corre dalla prima all’ultima pagina». Nei romanzi di Szalay le ultime parole sono un contrappunto strutturale: Solo avrebbe messo in luce la solitudine radicale di István, ma avrebbe orientato diversamente il libro. La scelta finale la convince.
Il quadro internazionale è ancora più sfaccettato. L’agente di Szalay, Alexandra McNicoll, mi fa sapere che Flesh è stato venduto in trentuno lingue – «with more to come!» – e che molte edizioni devono ancora uscire. Prima e dopo il Booker, gli editori si trovano a decidere se mantenere il titolo, attenuarlo o reinventarlo. La tendenza prevalente, paradossalmente, è la più “rischiosa”: diversi paesi conservano la traduzione letterale. Così la Norvegia con Kjøtt, “carne”, e la Bulgaria con Плът, dove il significato resta intatto. Altri optano per una lieve mediazione, aggiungendo l’articolo determinativo, come l’editore olandese con Het vlees, “la carne”. In Germania si cambia completamente direzione con Was nicht gesagt werden kann (“quello che non si può dire”), spostando il baricentro verso l’indicibile. Da questo mosaico emerge la prova che ogni mercato legge il titolo come un elemento potentissimo di comunicazione: un gioco di equilibri tra marketing, sensibilità linguistica, tendenze editoriali e clima culturale.
Flesh, dunque, è un titolo che finora si è rivelato un valore aggiunto, perfettamente in linea con il minimalismo della scrittura per cui Szalay è apprezzato da critica e lettori, e forse anche grazie all’ambiguità e alla lieve aura di mistero che suscita al primo impatto. E, quasi in modo perfetto, tutto questo finisce per confermare l’intuizione di Szalay e del suo editore: Flesh non è soltanto un titolo, ma la porta d’accesso principale al romanzo, quella che lascia parlare la sua materia essenziale – il corpo.