Ehi ragazzina… scusi… scusa!
Lei si volta: che c’è?
Svuoti le tasche, per favore.
Come?
Svuoti le tasche.
Lei esegue. Niente nella sinistra, alza le spalle. Niente nella destra.
Apra la borsa, per favore.
Lei sbuffa.
Nel reparto di bigiotteria del centro commerciale la gente li sta guardando. Una guardia giurata in divisa di poliammide nera, lucida e soffocante, e una ragazzina: avrà forse quindici anni. I clienti li osservano, chi in modo discreto e chi no, mentre passeggiano avanti e indietro, facendo finta di esaminare orecchini e bracciali appesi agli espositori di cartone.
Apra la borsa, per favore.
La guardia è costretta a ripetersi perché la ragazzina, dopo avere sbuffato, ha incrociato le braccia sul petto, la borsa di pelle rossa stretta sotto il braccio. Alla sua richiesta, lei ha distolto lo sguardo, sdegnata, come se avesse davanti uno scocciatore qualsiasi, come se le avessero appena chiesto il numero di telefono al bancone di un bar. Sembra più grande di quello che è, con quell’espressione sulla faccia.
Apra la…
E non mi tocchi! scatta lei.
La guardia non l’ha toccata, non l’ha nemmeno sfiorata: ha soltanto alzato il braccio, col palmo aperto, pacifico, all’altezza della borsa della ragazzina, ancora ben chiusa e tenuta stretta fra le sue costole e il braccio nudo lasciato scoperto da un top bianco smanicato.
La guardia a quel punto fa un respiro profondo, e mezzo passo indietro. Lei lo sta guardando in cagnesco e un po’ di clienti si sono fermati, a distanza; ora li fissano apertamente. Dopodiché la guardia parla con qualcuno, velocemente, toccandosi l’auricolare a conchiglia attaccato all’orecchio. Poi rimane zitto, fermo davanti a lei, e la guarda negli occhi: nient’altro. Lei ricambia.
Ha del fegato, si direbbe: sostiene lo sguardo impassibile e vacuo del vigilantes. Poi, sporgendosi un po’ in avanti sulle braccia conserte, fa un’espressione che, di nuovo, la fa sembrare più grande di quello che è, un’espressione stizzita: allora? dice. Poi scrolla le spalle: ’fanculo, io me ne vado, e a passi lunghi, su delle scarpe di vernice col tacco e coi sui baggy jeans (firmati) effettivamente fa dietrofront e comincia a camminare rapida in direzione dell’uscita, dalla parte opposta del centro commerciale.
La guardia le si mette alle calcagna. Appena due passi dietro di lei, la segue in silenzio dopo avere comunicato qualcos’altro all’auricolare. Ovviamente lo sa: se la toccasse finirebbe nei guai. Lo sa bene. È un mestiere delicato, il suo. Non si tratta di usare la violenza, ma di prevenirla, di agire da deterrente. E poi anche di utilizzarla, la violenza, come no, ma solo quando è inevitabile, e soprattutto mai per primi. Ma nel caso di una ragazzina è diverso. Potrebbe comportarsi in qualsiasi modo, ma se la toccasse, anche in una situazione di necessità, se la bloccasse ad esempio, se la prendesse per le spalle per bloccarla e aspettare i colleghi, passerebbe dei guai seri. Quindi non la tocca, la segue e basta.
Lei tira dritta e non si gira se non dopo un po’, quando ha già percorso parecchia strada all’interno dell’enorme centro commerciale. Davanti a una farmacia si innervosisce. Allora? Si volta di scatto verso la guardia. Che vuoi? Eh? Mollami, cazzo. Occhiate dalle farmaciste dietro il bancone. Occhiate dei clienti in coda. Occhiate alla ragazzina, prima, e soltanto dopo alla guardia.
Le farmaciste lo conoscono, ovviamente. Sanno che sta semplicemente facendo il suo lavoro. Testimonierebbero in mio favore, si ritrova a pensare lui in modo un po’ assurdo, se adesso bloccassi con la forza questa stronza viziata e le aprissi la borsa?
Poi la ragazzina riprende a camminare, lasciandosi alle spalle i neon e la purezza immacolata degli scaffali pieni di farmaci; e la guardia, che continua a parlare all’auricolare e a seguirla, per un secondo sembra perdere terreno. Impercettibilmente, la ragazzina ora va più veloce. Ma in due passi l’uomo la raggiunge di nuovo, senza alcuna difficoltà. Lei lo sente mormorare ancora qualcosa nella sua maledetta radiolina. E si rende conto che la stanno per bloccare anche dal davanti. Cioè almeno pensa che sia quello che sta confabulando l’energumeno all’auricolare.
In effetti, scendendo l’ennesima rampa di scale, in fondo al corridoio e fra una caffetteria e un negozio di cosmetici, l’ultimo prima dell’uscita, prima della libertà, vede altre due guardie come lo scimmione che le sta col fiato sul collo: ferme davanti alla gigantesca porta a vetri, le sbarrano la strada. Per un secondo la ragazzina tentenna ai piedi della scala, poi, imboccando decisa il corridoio, prosegue a testa bassa, quasi tenendosi aggrappata alla borsetta di pelle rossa.
Ora non sembra più così grande, così adulta. Ma comunque non sembra che stia per avere una crisi o per mettersi a piangere. Se è per questo, però, non sembra neanche una ladra.
Arrivata di fronte ai due gorilla si ferma, sta per parlare e chissà che cosa vorrebbe dire, chissà se ha un piano o una strategia o qualcosa in mente o se invece sta per improvvisare. Chissà se l’ha già fatto altre volte. Ma non fa neanche in tempo ad aprire bocca che sbuca dal nulla, dal nulla alla sua destra, cioè da dietro una colonna bianca e affusolata, un uomo giovane in giacca e cravatta con un badge che gli pende dal collo, attaccato a una cordicella rossa di plastica che riporta in capslock, ricamato, il nome del centro commerciale.
Buonasera, sono Fabrizio Motta, direttore del CityLife Shopping District, la prego di seguirmi. E senza nemmeno aspettare che lei risponda o faccia anche solo un movimento lui si è già girato e a passi eleganti, se i passi possono esserlo, si dirige verso destra, verso la caffetteria accanto alla quale, seminascosta da una grossa pianta in vaso, si intravede una porta grigia con su scritto privato, vietato l’ingresso ai non addetti. La ragazzina lo guarda camminare, di spalle, poi si volta verso l’uscita, verso la grande vetrata, così vicina. Fuori, sull’enorme piazzale di cemento, cade una pioggerellina finissima. E i tre energumeni che le fanno semicerchio intorno, ma a una certa distanza, come burattini, con una sincronicità ridicola e rabbrividente, ora le fanno gesto con la mano di seguire il signor Motta, il direttore.
Attraverso un’enorme finestra di vetro azzurrato il signor Maurizio Carrara, assorto, sta osservando dal ventunesimo piano della Torre UniCredit il pomeriggio piovoso crollare lentamente dentro la sera. Milano nord e Centrale sono più grige del solito. Il Pirellone, quasi, non si vede nemmeno.
Maurizio sospira. Poi finalmente si volta sulla poltrona girevole verso i suoi soci. Sta per parlare, per fare il suo discorso. Il tavolo conferenze che gli si allunga davanti sembra una pista da decollo. Quando all’improvviso riceve una telefonata: sente il cellulare vibrargli nel taschino interno della giacca. Lo tira fuori, scusandosi, legge rapidamente il nome sul display; rifiuta la chiamata. Rinfilandoselo nel taschino si schiarisce la voce, e per un momento, solo per un momento – la sua fronte si fa buia – sembra aver perso il filo dei pensieri. Ma lo ritrova immediatamente: apre le braccia per parlare, con ogni probabilità userà un tono solenne. Sembra Gesù Cristo nell’Ultima Cena. Ma a quel punto il telefonino gli vibra di nuovo. Stavolta però se ne frega: lo lascia vibrare fino a quando non smette. Ma lui stava già parlando da qualche secondo… per questo, continua, l’offerta della MacMurty Corp è l’occasione migliore che abbiamo, ad oggi, di rafforzare la nostra presenza nel settore asiatico, che come tutti sapete è in crescita da ormai un quinquennio abbondante. Se dovessimo declinare la loro proposta, dovremmo come minimo acquisire altri asset nel settore. E in fretta, anche. Mi spiego? I soci scuotono la testa, annuiscono in modo grave, tirano su col naso, ma tutti pensano la stessa cosa: il signor Carrara ha ragione, come sempre. Per mettere la cosa agli atti, comunque, ed esaurire l’argomento, rimarranno in sala conferenze altre quattro ore. Verso le otto di sera, poi, quando la pioggia per un momento cede e sembra che il cielo possa riaprirsi, il buio cala velocemente, e le luci di Milano si accendono tutto intorno. Si faranno portare degli involtini primavera e dell’insalata di pesce dalla segretaria, costretta quella sera a rimanere in servizio fino a tardi. Dopodiché due bottiglie di Valdobbiadene per brindare all’accordo. Usciranno dalla UniCredit alle undici passate.
Anche la signora Maria Aurora Bandi-Carrara, mentre spinge un carrello strabordante per le corsie dell’Esselunga di Via Solari, dopo la seconda telefonata andata a vuoto a suo marito, riceve una chiamata. Tira fuori il telefonino da una tasca laterale della sua ampia gonna a fiori, e risponde immediatamente, con un vago senso di apprensione che le si è piantato in gola nel momento in cui ha letto sul display il nome della figlia, che normalmente non la chiama mai.
Il signor Fabrizio Motta, direttore del CityLife Shopping District, è stato gentile. Gentile. Non c’è altro da dire. Serio e inflessibile, ma gentile. Non ha sporto denuncia, non ha voluto chiamare la polizia. Ha solo aspettato che qualcuno venisse a riprendere la ragazzina, e dopo che Maria Aurora si è presentata, visibilmente a disagio, ha preferito non andare oltre. Se aveva intenzioni diverse da quelle che poi ha manifestato con la sua gentilezza e con la sua contestuale intransigenza nel sanzionare e nel descrivere l’accaduto (comprese le parole rivolte dalla ragazzina alla guardia), deve avere cambiato idea non appena Maria Aurora è entrata in ufficio. Bella donna: è questa la prima cosa che ha pensato Fabrizio Motta. Vedendola così contrita, però, osservandola mentre guardava sua figlia, sua figlia seduta in un angolo col mento alto e la fronte aggrottata, sua figlia seduta lì su uno sgabellino di ferro con quell’espressione di lesa maestà del cazzo stampata sul volto, vedendo quello sguardo di madre pieno di vergogna e di rabbia, Fabrizio deve avere cambiato idea, e dopo un colloquio di nemmeno cinque minuti in cui la signora è praticamente rimasta zitta, tranne quando ha fatto sì con la testa e ha detto sì, ha ragione, più e più volte, e lei, Maria Aurora, deve essersi sentita una perfetta idiota e forse anche Fabrizio Motta deve essersi sentito così, oppure l’esatto opposto (un uomo molto intelligente), a quel punto lui l’ha salutata stringendole la mano, senza sorridere, in modo molto professionale. Il direttore ha valutato per un momento di dire qualcosa anche alla figlia, ma poi ha desistito. Per la verità non l’ha nemmeno guardata, come lei, d’altronde, non ha degnato lui di uno sguardo. Fabrizio si è limitato ad aprire la porta dell’ufficio e a osservare le due donne scivolare via: la ragazza davanti, a passo di marcia, e la madre dietro, col capo chino.
Dopo aver richiuso la porta ed essersi guardato intorno, nella stanza spoglia, Fabrizio Motta non sa bene che cosa fare. Si mette la mani sui fianchi, sotto la giacca. E si guarda intorno un’altra volta, come se cercasse qualcosa. Ha voglia di fumare una sigaretta. Una voglia intesa. Ma sta cercando di smettere. Allora si volta e riapre la porta. Giusto in tempo per osservare le due donne che sfilano davanti alle guardie ancora ferme all’ingresso: tre omoni di colore, rivestiti di quelle guaine sintetiche ridicole, da ranger spaziali, davanti a due donne bianche, eleganti, minuscole al confronto. La ragazzina infila spedita la porta a vetri, senza guardare nessuno, lasciando la madre nell’imbarazzante situazione di dover fare qualcosa o dire qualcosa. Naturalmente, Maria Aurora Bandi-Carrara non sarebbe obbligata né a dire né a fare niente. Ma lì davanti alle guardie… non se la sente di andarsene così. Allora, in modo un po’ goffo, come se le dolessero le articolazioni o come se i suoi stessi arti le fossero d’impedimento, stende il braccio e dà la mano, singolarmente, a tutte e tre le guardie, che rimangono di stucco. Poi esce a testa bassa, nella pioggia.
Fabrizio Motta, che durante questo breve commiato è rimasto a guardare la scena fermo sulla porta dell’ufficio, trattenendo chissà perché il respiro, richiude la porta, ma riesce comunque a sentire una risata di una della guardie, non sa quale, e qualche parola. Qualcosa del tipo: poveretta…
In macchina, Maria Aurora e sua figlia viaggiano in silenzio nella coltre umida che avvolge Milano. Dopo un po’ è la madre a parlare. Dice: che facciamo con papà? Silenzio. Boh, risponde la figlia: come vuoi.