Non stupisce che il Frankenstein di Mary Shelley (sottotitolo, ricordiamolo, Il moderno Prometeo) continui ad affascinare: e forse non stupiscono nemmeno le difficoltà di esserne all’altezza, cercando di “aggiornare” un mito moderno. Nell’estate del 1816, in vacanza sul lago di Ginevra, un gruppo di amici letterati (Lord Byron, John Polidori, Percy Bysshe Shelley e Mary Shelley) si misero a scrivere storie di fantasmi. Quella di Mary Shelley, come è noto, diventò il Frankenstein. E il titanismo di Byron, hanno ripetuto in molti, è il modello del dottore. Ma dietro di lui c’è, attraverso il gotico di fine Settecento, Sade.
Se il Divin Marchese è l’inveramento dei Lumi e dei loro paradossi, lo scienziato è, nel cinema dell’orrore, colui che porta la ragione alle sue ultime conseguenze, conducendolo a un’assoluta volontà di dominio. Lo scienziato pazzo della fantascienza vuole conquistare il mondo, quello dell’horror vuole mutare l’uomo: il suo corpo, la sua mente. Inoltre il suo operato ha a che fare con la sfera sessuale. Da questo punto di vista, negli anni Settanta, la parodia camp di The Rocky Horror Picture Show e quella demenziale di Frankenstein Junior non faranno che mettere in luce un elemento già presente nei film degli anni Trenta.
Come si vede, uno stesso mito può attirare nuove versioni, nuove variazioni sul tema della tecnologia e di molto altro. Il 22 ottobre, al Roma Europa Festival c’è stata la prima del nuovo spettacolo dei Motus, un Frankenstein diviso in due parti A Love Story/A Story of Hate, che non erano finora state rappresentate insieme. Nella prima parte è più centrale la figura di Mary Shelley, la seconda è costruita in dialogo con un vero e proprio film sullo schermo. L’antropocene, l’odio politico, la scrittura femminile: i Motus cercano troppo il richiamo ai temi à la page, a scapito dell’invenzione scenica, ma comunque la malinconia della Creatura contagia molte parti dello spettacolo, specie quando si aggira tra esempi di ecomostri e archeologie industriali calabresi.
L’horror diventa il luogo per cantare le sofferenze del diverso, e così si trasforma in un sottogenere del cinema sentimentale, perdendo forza di provocazione. In cambio, diventa sontuoso, ricco, esce dai fecondi sotterranei che gli davano un senso: diventa come noi, non è più, esso stesso, “un mostro”. È tirato a lucido e pronto per le piattaforme, come i suoi personaggi.
Negli stessi giorni è uscito in sala l’atteso Frankenstein di Guillermo del Toro, che è invece un esempio eloquente di assunzione dell’horror nel mainstream. Il regista Snaporaz è una rivista indipendente che retribuisce i suoi collaboratori. Per esistere ha bisogno del tuo contributo. Accedi per visualizzare l'articolo o sottoscrivi un piano Snaporaz.Questo contenuto è visibile ai soli iscritti